«Dannazione!», sbottò il dottor Nomed. «Vent’anni su questo maledetto pianeta e non abbiamo ancora capito tre cose che siano tre!». Il dottor Shima lì accanto sorrise amaro. Era passato davvero molto tempo da quando, freschi laureati in ingegneria archeologica, erano arrivati su Tau-nove-sei. Un pianeta scoperto da poco, ai margini della Federazione Spaziale Terrestre; stava per essere inserito nella classe Z – pianeta di nessun interesse – quando vennero alla luce i resti di una specie di edificio. Così era stato promosso alla classe T – pianeta di qualche imprecisato interesse archeologico. Era stata inviata una missione scientifica, e Nomed e Shima erano stati incaricati di dirigerla. Un bel colpo per due neolaureati; una punizione considerato il posto dov’erano finiti. Tau-nove-sei, infatti, era, secondo le parole di Nomed, un “deserto sperduto nello spazio”: non c’erano forme di vita, né animali né vegetali, e neanche un’atmosfera. Solo nude rocce, crepacci e polvere. Anche i resti urbani scoperti inizialmente si erano rivelati una delusione: quattro mura in rovina, e nonostante avessero setacciato minuziosamente ogni angolo del pianeta, nient’altro era stato scoperto, ad eccezione di piccole sfere trasparenti come il cristallo. «Su Beta-quattro-due dovevamo andare, ecco dove!», continuò a lamentarsi Nomed. «Anche quel vecchio bastardo di Laled sarebbe stato meglio di questo buco!». Beta-quattro-due era il sito archeologico più famoso e celebrato della Federazione: offriva ai ricercatori una decina di insediamenti urbani, ottimamente conservati, e un gran numero di utensili in pietra di vario genere, perfino semplici pitture. Nessun’altro pianeta noto presentava resti così cospicui di una civiltà aliena. Gli abitanti del pianeta, però, sembravano essere d’un tratto scomparsi nel nulla. Beta-quattro-due possedeva tutte le condizioni per il sostentamento biologico, tant’è che era popolato da innumerevoli forme di vita animali e vegetali, ma nessuna abbastanza intelligente da poter edificare i villaggi rinvenuti sul pianeta. Inoltre, non erano stati rilevati, nella storia di quel mondo, mutamenti climatici tali da causare un’estinzione così improvvisa, né si erano trovati i segni di guerre o altri sconvolgimenti politici e sociali. Naturalmente l’inspiegabile sparizione della civiltà di Beta-quattro-due costituiva un mistero assai affascinante non solo per gli studiosi, ma anche per i profani, e aveva contribuito non poco alla fama di quel mondo. Beta-quattro-due era la meta agognata da ogni scienziato, ma purtroppo il pianeta era feudo del professor Laled – “il tiranno”, come lo chiamava Nomed -, massima autorità della Federazione in fatto di archeologia: nessuno poteva svolgere ricerche su Beta-quattro-due se non godeva del suo favore, o di qualche influentissima amicizia. Disgraziatamente Nomed e Shima non soddisfacevano nessuno di questi requisiti, e così erano finiti su Tau-nove-sei. Tuttavia una fortunata intuizione del dottor Shima aveva risvegliato un certo entusiasmo nei due archeoingegneri: le sfere di cristallo, da principio catalogate come monili, erano in realtà supporti per l’archiviazione di informazioni. Occorsero, però, quasi cinque anni per costruire un dispositivo in grado di interfacciarsi con le sfere e di leggerne il contenuto: esso era costituito per la maggior parte da registrazioni audio, forse le voci degli antichi abitanti del pianeta, più una piccola quantità di dati di natura ancora ignota. La traduzione dei messaggi alieni si rivelò assai ardua: anni furono spesi per mettere a punto un software adatto, e nonostante ciò i computers non erano ancora riusciti a decifrare neanche una parola. Ovviamente il morale dei due ricercatori era sceso a livelli minimi.
Shima sbadigliò annoiato, mentre Nomed continuava ad imprecare seduto alla sua consolle. Era in attesa che l’elaboratore terminasse l’ennesimo tentativo di traduzione. All’improvviso una frase brillò sul monitor: «Cominciamo a perdere il controllo delle sonde». Lo scienziato sbarrò gli occhi incredulo. Chiamò eccitato il collega, e prima ancora che questi avesse terminato di leggere la prima frase, altre parole comparvero sullo schermo: «Questi sono i pianeti dove abbiamo inviato le nostre sonde». Shima e Nomed esplosero in grida di gioia. Finalmente le innumerevoli fatiche sopportate su Tau-nove-sei cominciavano ad essere ripagate, forse più di quanto essi stessi si aspettassero. Il fine supremo di tutta la ricerca scientifica della Federazione era l’individuazione di prove certe relative ad un qualsiasi contatto tra l’umanità ed una razza aliena. Infatti, pur avendo le astronavi federali esplorato più della metà della Galassia, non erano stati ancora scoperti popoli alieni intelligenti, ma solo i loro resti archeologici, come nel caso di Beta-quattro-due o Tau-nove-sei. Il Dipartimento Generale delle Scienze si era, con rammarico, quasi convinto che gli esseri umani fossero l’unica specie intelligente esistente nella Galassia, ma non aveva escluso che almeno un contatto con le popolazioni aliene estinte si fosse verificato nel corso della storia della Terra. Gloria imperitura e onori strabilianti attendevano gli autori di una tale scoperta. Shima e Nomed adesso iniziavano a nutrire qualche speranza: magari una delle sonde di Tau-nove-sei era finita proprio sulla Terra… Divenne imperativo tradurre l’elenco dei pianeti che il documento alieno doveva riportare. I due scienziati ricorsero all’aiuto di un loro amico, un genio della cartografia stellare, il dottor Gadas. Così impiegarono solo pochi mesi per entrare in possesso della lista tanto agognata. La scorsero trepidanti. Sussultarono quando lessero il nome di Beta-quattro-due, restarono come paralizzati davanti all’ultimo pianeta dell’elenco: Alfa-zero-zero. La Terra. «Siamo i più grandi! Siamo i più grandi!», urlò Nomed, saltellando per tutto il laboratorio. Anche Shima e Gadas si unirono ai festeggiamenti. «Avvertiamo subito il Dipartimento delle Scienze», esclamò eccitato Gadas. «Noooo!», ruggì Nomed. «Se avvertissimo ora il Dipartimento, manderebbero subito i loro professoroni a continuare le ricerche! E voi sapete benissimo chi si prenderebbe allora tutti i meriti della nostra scoperta. Laled. Ecco chi. No, no! Prima dobbiamo sapere tutto il possibile sulle sonde: come erano fatte, quali rilevazioni dovevano compiere sulla Terra. E soprattutto dobbiamo scoprire se gli abitanti di Tau-nove-sei avessero qualche progetto particolare riguardo al nostro pianeta: una colonizzazione, un’invasione…». Shima e Gadas concordarono con Nomed. Si rimisero subito al lavoro alle loro consolle; passarono molte ore, ma i loro monitor rimasero desolatamente vuoti. Nomed e Gadas decisero allora di andare a dormire, mentre Shima si trattenne alla sua postazione per il turno di notte. Nel silenzio della stanza, si abbandonò alle riflessioni. A lungo avevano creduto che Tau-nove-sei fosse il pianeta più insignificante dell’universo, abitato da una popolazione primitiva altrettanto insignificante, e ora invece sapevano che quel popolo era tecnologicamente avanzato, tanto da intraprendere l’esplorazione di altri mondi. Chissà che tipo di sonde erano state impiegate in tali esplorazioni? Forse dei piccoli robot, quali i Terrestri avevano usato fin dagli albori delle loro missioni spaziali… Un bip del computer richiamò l’attenzione di Shima. Guardò il monitor: «Alcune sonde iniziano ad evolversi autonomamente». Una frase davvero interessante. Lo scienziato suppose che i robot-sonda fossero molto sofisticati, dotati probabilmente di progredite intelligenze artificiali, capaci di autoprogrammarsi e di agire in modo indipendente: ciò, in effetti, era necessario perché, dovendo operare su mondi lontani diversi anni luce da Tau-nove-sei, le comunicazioni col pianeta-madre non potevano essere stabili e continue. Un nuovo bip e il computer restituì un’altra porzione di traduzione. «Le sonde su Beta-quattro-due sono state eliminate. La mente è più libera. Ma è troppo tardi». Shima restò stupito: perché le sonde di un pianeta erano state eliminate? Forse i robot si erano sviluppati a tal punto da non poter essere più controllati dai loro costruttori. La prima registrazione aliena tradotta si lamentava proprio di questo. Magari i robot erano giunti ad una forma di autocoscienza tale da reclamare una totale libertà dai loro creatori, i quali però non avevano voluto concedergliela. Così si erano ribellati, scatenando un duro e aspro conflitto con la madrepatria. E probabilmente le sonde di Beta-quattro-due erano state distrutte proprio durante una battaglia. Secondo Shima, però, la guerra era stata persa dagli abitanti di Tau-nove-sei. Proprio questo scontro, infatti, era stato la causa della devastazione in cui adesso il pianeta si trovava: per lo scienziato i creatori erano stati sconfitti ed annientati dalle loro creature. Ma forse Shima aveva lasciato correre un po’ troppo l’immaginazione. Spesso Nomed lo rimproverava perché indulgeva eccessivamente alla fantasia: utile, a volte, perché apriva la via a geniali intuizioni, più spesso solo un inutile spreco di risorse cerebrali. Inoltre il riferimento alla mente nel brano appena tradotto era del tutto incomprensibile, e lasciò perplesso l’archeologo. Forse si trattava di un errore di traduzione. Dopo pochi minuti una nuova frase comparve sullo schermo: «Queste sono le immagini delle sonde che si trovano su Alfa-zero-zero». Shima esultò così forte da svegliare Nomed e Gadas. Tutti compresero bene quale incredibile colpo di fortuna rappresentasse quella scoperta. Misero subito i computers a lavorare sulla porzione di dati contenente le immagini, e attesero trepidanti. Dopo un po’ Shima abbandonò gli altri e andò a riposare. Al suo ritorno nel laboratorio fu aggiornato dai suoi due colleghi. Poiché dopo più di otto ore la decodifica delle immagini era giunta solo al 5%, Nomed e Gadas si erano sfiniti per escogitare un algoritmo in grado di velocizzare l’elaborazione. L’avevano appena inserito nei computers e sembrava dare risultati incoraggianti. Troppo stanchi per restare ancora alle loro consolle, Nomed e Gadas si trascinarono nelle loro camere, e lasciarono Shima a controllare il lavoro. Per passare il tempo, l’archeologo si mise a rileggere quanto era stato finora tradotto dei documenti alieni. Si soffermò sulla frase relativa all’eliminazione delle sonde di Beta-quattro-due; gli venne in mente che la missione scientifica su quel pianeta non aveva trovato tracce di battaglie, né resti di congegni meccanici ed elettronici. Forse erano state usate armi sofisticatissime, in grado di disintegrare la vittima a livello atomico, senza lasciarne residuo alcuno. O forse l’ipotesi di una battaglia su Beta era infondata. Ma era soprattutto il riferimento ad una mente liberata da tale azione che incuriosiva Shima. Dette un’occhiata alla decodifica delle immagini: era giunta al 20%. L’algoritmo funzionava davvero bene. Ritenne pertanto che non sarebbe stato troppo dannoso dirottare alcuni computers sulla traduzione delle registrazioni audio. Dopo un po’ lo schermo restituì questa frase: «Siamo stati costretti a ricorrere a questo primitivo mezzo di comunicazione. La malattia ci sta distruggendo. La conoscenza ci ha condannati». I mezzi di comunicazione di cui si parlava nel messaggio dovevano essere proprio le sfere di cristallo, ma Shima non li trovò affatto primitivi, anzi erano forse più progrediti di quelli in uso nella stessa Federazione. Come comunicavano, allora, gli alieni tra di loro? Fu la menzione di una qualche malattia che interessò maggiormente lo scienziato. «Forse che i robot avevano lanciato qualche arma batteriologica su Tau-nove-sei?», si chiese. Il riferimento alla “conoscenza” restava però incomprensibile. L’archeologo mise i computers a lavorare sui dati immediatamente successivi alle frasi appena tradotte. Dopo circa un’ora sul monitor comparve un lungo brano: «La malattia punisce la nostra tracotanza. Non ci siamo limitati a percepire solo le nostre sonde. Siamo entrati in tutta la vita che anima la Galassia, e tutta la vita della Galassia è entrata dentro di noi». Shima si grattò la testa. «Non ci capisco più niente», mormorò tra sé e sé. Sentì sgretolarsi tutte le ipotesi che aveva fatto fino ad allora. Provò a rileggere tutti i brani tradotti. Lentamente un sospetto si insinuò nel fondo del suo cervello e cominciò a lampeggiare come i bagliori che annunciano un temporale in avvicinamento. Un segnale sonoro del computer lo fece voltare verso una delle consolle. La decodifica delle immagini era terminata. Shima guardò il monitor. Ed urlò. Un urlo così forte che svegliò Nomed e Gadas e li fece accorrere allarmati. «Che è successo?», chiesero all’unisono i due scienziati appena giunti nel laboratorio. Shima con un leggero cenno del capo indicò uno degli schermi. Nomed e Gadas videro immagini di scimmie antropomorfe, del tutto simili alle rappresentazioni tridimensionali che molte volte avevano osservato nei musei di paleoantropologia, o alle figure che, nei testi scolastici, spiegavano l’evoluzione dell’uomo. «Ingegnoso», commentò Nomed. «Hanno dato alle sonde-robot l’aspetto delle forme di vita presenti sulla Terra, così da ottenere una perfetta mimetizzazione». «Quelli non sono robot!», gridò Shima. Prima che i suoi colleghi potessero obiettare, fece loro leggere le frasi tradotte durante la loro assenza. Approfittò di quel tempo per rimettere ordine tra i suoi pensieri. «Beh, e cosa vorrebbero dire?», sbottò Nomed. Shima fece un lungo respiro e disse: «Gli abitanti di Tau-nove-sei non si sono serviti di sonde elettromeccaniche, perché questo tipo di congegni non avrebbe fornito loro l’accesso alla conoscenza cui aspiravano». «E cosa diamine volevano conoscere di così speciale?», lo interruppe Nomed, sempre più insofferente. «La vita», rispose Shima. «La vita reale che pulsava sugli altri pianeti. Nessun robot poteva mostrare come si vivesse davvero su altri mondi. Solo veri esseri viventi, di carne ossa e sangue, potevano permetterlo; per questo crearono organismi biologici, basandosi sulle condizioni ambientali dei vari pianeti, e li spedirono là come sonde». «Non essere ridicolo!», disse brusco Nomed. «E come potevano comunicare con degli esseri viventi per farsi riferire come si viveva sugli altri pianeti?». «Beh, magari le sonde erano intelligenti ed era stata loro insegnata la lingua degli abitanti di Tau-nove-sei», intervenne Gadas. «Assolutamente no», sentenziò Shima. «Non erano interessati ad un racconto di seconda mano, ma alla conoscenza diretta, in prima persona, della vita nella Galassia». «E come potevano ottenerla, allora?», chiese Gadas. Shima deglutì. «Le loro menti erano incredibilmente sviluppate e possedevano capacità straordinarie. Ritengo che gli abitanti di Tau-nove-sei fossero telepatici, e che mediante i loro poteri psichici si collegassero alle loro sonde, anche a distanze immense. D’altronde, non si dice forse che il pensiero è più veloce della luce? Tramite questo contatto mentale, era come se si trovassero all’interno delle sonde, ed avevano accesso a tutte le loro sensazioni. Così potevano sentire il profumo di un fiore e il gusto del cibo ingurgitato dalle sonde. Potevano contemplare i colori che dipingevano questo o quel pianeta, e rabbrividire per una folata di vento gelido. Era come se vivessero davvero su quei mondi. Ma questo fu la loro rovina». «Che vuoi dire?», chiese Gadas. «Il loro desiderio di conoscere la vita era così intenso che le percezioni fornite dalle sonde non furono più sufficienti». Shima fece una pausa. «Credo che a un certo punto abbiano usato le sonde come ponte per collegarsi a tutti gli altri esseri viventi dei vari mondi. Furono così invasi da miliardi e miliardi di odori, sapori, sensazioni, umori, sentimenti. L’intera, brulicante vita che animava la Galassia irruppe nelle loro menti. Ed esse, pur supersviluppate, non resistettero. Troppo colme, esplosero, e gli abitanti di Tau-nove-sei cominciarono ad impazzire. Devastati da questa “malattia”, come la chiamano nelle registrazioni delle sfere, probabilmente si scagliarono l’uno contro l’altro, distruggendo se stessi e il loro pianeta». «E le sonde? Che fine fecero?», chiese Gadas. «Continuarono a vivere liberamente sui vari pianeti, come qualsiasi altro animale o vegetale, ed evolsero secondo le condizioni ambientali dei singoli mondi». Shima tacque qualche secondo. «Come è avvenuto sulla Terra», aggiunse. «Intendi forse dire che le scimmie da cui l’umanità discende erano in realtà sonde create da alieni?», chiese Gadas. «Le immagini appena decodificate lo provano», rispose Shima. Nomed crollò sulla sua sedia, impietrito. «E noi siamo stati fortunati», riprese Shima. «Le sonde di Beta-quattro-due furono distrutte dai loro creatori. Forse fu un disperato tentativo degli alieni di Tau-nove-sei per salvarsi: cercarono di spegnere tutte quelle voci che affollavano e devastavano le loro menti». Lo scienziato restò qualche momento in silenzio, poi disse grave: «Penso che coloro che hanno costruito la civiltà di Beta-quattro-due non siano altro che i discendenti delle sonde di quel pianeta. Questo spiegherebbe l’improvvisa e misteriosa sparizione di quella civiltà: furono gli abitanti di Tau-nove-sei ad annientarli, per zittire i pensieri troppo complessi e le emozioni troppo ricche di quella razza evoluta». Gadas, stordito, dovette sedersi. Nel laboratorio calò un pesante silenzio. Certo, le affermazioni di Shima potevano essere considerate solo ipotesi, ma avevano il sapore sconcertante della verità, non quello stupefacente del fantastico. Dopo lunghi minuti, fu Nomed a parlare: «Credo sia arrivato il momento di avvisare il Dipartimento delle Scienze. Tu, Shima, vai pure a riposare, se vuoi». L’archeologo accolse il suggerimento del collega; entrò nella sua stanza, e, stremato, si gettò sul letto. Appena prima di addormentarsi, una frase, letta chissà dove chissà quando, sfrecciò veloce nella sua testa, e subito annegò nelle tenebre del sonno. Diceva: «Ciascun uomo è un organo che la divinità proietta per sentire il mondo».