Ero ormai rassegnato a morire quando, coi miei compagni, giunsi nella Valle. Non notammo lo splendore di quel luogo: i nostri occhi erano troppo colmi di corpi dilaniati, di rovine spettrali, di deserti tenebrosi. Non udimmo gli stornelli degli uccelli, o il melodioso scorrere del fiume: le nostre orecchie erano ancora tormentate da grida disperate, da pianti di bambini orfani, da suppliche angosciose. Ci infilammo nella Valle come chi, sfinito per non aver dormito da giorni, si getta sul primo letto a disposizione, senza curarsi se le lenzuola siano di morbida seta o di ruvido cotone: è un letto, e tanto basta. Così la Valle era un luogo dove non ci sentivamo minacciati. E tanto bastava. Molto tempo impiegò la soffice luce a rischiarare i nostri occhi accecati dall’orrore. Molto dovettero cantare gli uccelli perché i rintocchi della morte lasciassero le nostre orecchie. Ci accorgemmo allora di trovarci in un luogo incantato. Una stretta pianura, attraversata da un fiume che scorreva diritto, era abbracciata da colline dai dolci pendii, ricamate di fiori, e chiusa da una montagna, non troppo alta, ricoperta di boschi, dalla quale nasceva il fiume. Era popolata da cervi, lepri, capre selvatiche e uccelli canterini, nessun carnivoro o predatore, e anche da farfalle. Sembrava un piccolo paradiso, scampato chissà come all’Apocalisse. Vi splendeva, caldo e luminoso, il sole, mentre il resto del pianeta arrancava nell’ombra macabra di un crepuscolo senza fine. L’aria era chiara e fresca, mentre il resto del pianeta soffocava tra fumi venefici e polveri assassine. Verdeggiava di prati fioriti e pingui boschi, mentre il resto del pianeta giaceva nudo, spoglio, deserto.
Lentamente cominciammo ad abitare la Valle: tagliammo alcuni alberi per costruire abitazioni sulla riva del fiume, con circospezione cominciammo a cacciare la selvaggina per nutrirci. Piantammo i semi che portavamo con noi, prezioso tesoro scampato all’Apocalisse, e ci stupimmo della facilità con cui il grano, gli ortaggi, gli alberi da frutto, crescevano sani e robusti, quasi senza bisogno di cure da parte nostra. Eppure nessuno si interrogava sulle stranezze di quel luogo. Soltanto io e pochi altri ragazzi, ogni tanto, ci avventuravamo per la Valle, in avventate esplorazioni dei suoi misteri. Il fiume, tutto a un tratto, si interrompeva: un metro prima scorreva l’acqua, un metro dopo c’era solo il deserto; sembrava quasi che qualcuno lo avesse tagliato in due, gettando via l’ultima parte. Anche le colline si interrompevano bruscamente: sul lato esterno non digradavano dolcemente verso il deserto, ma terminavano in un netto strapiombo, come se qualcuno ne avesse asportato una parte. La Valle sembrava essere chiusa in una scatola invisibile che la proteggeva dall’Apocalisse.
Una mattina decisi di arrampicarmi su per la montagna. Finora nessuno si era mai spinto fin là. Camminavo già da alcune ore, quando all’improvviso sbucai in un’ampia radura; e in mezzo una baita. La sorpresa fu grande: c’erano altri esseri umani nella Valle, oltre al mio gruppo? E, soprattutto, erano amici o nemici? Ben presto lo stupore divenne agitazione e timore. A un tratto vidi la porta della casa muoversi per aprirsi. Immediatamente scattai verso il bosco, e corsi giù dalla montagna senza mai voltarmi indietro. Mantenni, però, il minimo di lucidità indispensabile per ritrovare la strada verso il villaggio. Non feci parola con nessuno di quello che avevo visto, e durante la notte mi girai e rigirai nel letto pensando a quella baita in mezzo alla radura. Mi ci vollero tre giorni per trovare il coraggio di tornare in quel luogo. Cercai di essere là più o meno alla stessa ora della volta precedente. Mi avvicinai alla casa rimanendo il più possibile al riparo degli alberi, e mi misi in attesa. Dopo un po’ la porta si aprì piano piano, e qualcuno uscì. Era un vecchio, curvo su un bastone, si muoveva lentamente, quasi a fatica. Si diresse verso una sedia a fianco della porta, e si sedette. Rimase lì, immobile, con le mani e il mento appoggiati sul manico del bastone, per molto tempo. Pensai che si fosse addormentato. Questo mi spinse ad avvicinarmi. Sgattaiolai fuori dal nascondiglio, e mossi in direzione del vecchio. Circa a due terzi del cammino, un allarme risuonò nella mia testa: «E se lui non fosse solo? Se nella casa ci fossero altre persone? Magari giovani e robuste?». Stavo già per girarmi e tornare indietro al riparo degli alberi, quando una flebile voce disse: «Non aver paura. Vieni pure avanti». Rimasi pietrificato dal terrore. E adesso? «Non aver paura. Vieni pure avanti», ripeté il vecchio, voltando la testa verso di me. «Non voglio farti nulla di male. Immaginavo che prima o poi qualcun’altro sarebbe arrivato in questo luogo. Mi farebbe piacere fare la tua conoscenza», aggiunse. Il tono della sua voce era molto gentile, e un dolce sorriso gli era apparso sul volto. Piano piano mi feci coraggio, e a piccoli passi, con circospezione, avanzai verso di lui. «Salve», disse quando gli fui di fronte. «S-salve», balbettai io. «Posso sapere qual è il tuo nome?», mi chiese. «Herm», risposi. «Piacere, Herm. Io mi chiamo Pym», disse il vecchio. «Sei solo?», aggiunse. «No, siamo una cinquantina. Ma quassù sono venuto da solo», dissi. «E tu? Ci sono altri con te che abitano in questa casa?», volli assicurarmi. «No, da quando è morta mia moglie sono solo», sospirò lui. «Tua moglie è morta nell’Apocalisse?», chiesi con scarsa delicatezza. «Purtroppo sì», rispose. «Io, invece, ho perso i miei genitori», dissi. Era strano. Nessun sopravvissuto amava parlare dell’Apocalisse, e nemmeno a me piaceva ricordarne gli orrori. Eppure col vecchio Pym era diverso. Il suo sguardo, mentre gli raccontavo qualcuna delle tragedie vissute, si posava morbido su di me, e soavemente mi avvolgeva come in una tiepida nuvola che confortava il mio cuore. I suoi occhi mi parvero quasi magici: guizzavano e brillavano come quelli di un bambino, mentre il viso era pallido, solcato da mille profondissime rughe, e il corpo, rachitico, sembrava sull’orlo di sbriciolarsi da un momento all’altro. Parlammo fino al tramonto, ricordando come l’immane catastrofe era iniziata. Cominciò tutto con una semplice guerra, una come tante ce n’erano state prima, come al solito propagandata come l’epica lotta del Bene contro il Male: i buoni, noi, impegnati a liberare il mondo dai cattivi in nome della giustizia e della libertà. In realtà, come sempre, una guerra del più forte contro il più debole per tutelare il portafoglio del più forte. Una guerra lampo, ci avevano assicurato, quasi indolore, neanche ce ne saremmo accorti, ci dicevano. Ma niente andò come previsto. Le battaglie si rivelarono lunghe, vischiose, faticose, e soprattutto innumerevoli. La guerra procedeva troppo lentamente, i rischi per gli interessi dei partecipanti si fecero troppo grandi, troppo pressanti. Altri entrarono nel combattimento per chiuderlo più velocemente possibile, ma aumentarono solo le macerie, e i morti. La strategia cedette il passo alla frenesia, l’ordine alla concitazione. La vendetta sopraffece la saggezza. Ordigni devastanti spazzarono via città, montagne, isole, il fumo di milioni d’incendi offuscò il sole, armi batteriologiche sparpagliarono pestilenze per i continenti. La ragione abbandonò la Terra, e con lei la vita. Spinto dall’orgoglio, infuocato dall’odio, qualcuno – chi? i buoni? i cattivi? noi? loro? – usò armi sperimentali, inventate in fretta e in fretta costruite, che destabilizzarono l’atmosfera. Il cielo divenne tetro, il pianeta fu asfissiato dal vuoto cosmico, martoriato dalle radiazioni solari. La paura divenne panico, il panico follia. Tutti combattevano contro tutti per sopravvivere un giorno in più. L’Apocalisse cavalcò per il mondo ebbra di sangue. Coloro che scamparono maledissero la propria sorte: zombie vaganti per un pianeta morto.
Ma la Valle viveva ancora. Avrei voluto chiedere al vecchio di questo miracolo, ma ormai si stava facendo buio, per cui fui costretto a tornare giù al villaggio. Non dissi a nessuno di Pym e delle nostre conversazioni: avevo la sensazione che, per il momento, sarebbe stato meglio tenere tutto segreto. Quella notte, per la prima volta in tanti anni, dormii sereno, come alleggerito di molti pesi. L’indomani, appena potei, scappai su dal vecchio. Parlammo a lungo. Quando, però, gli domandai della misteriosa natura della Valle, glissò vistosamente. Mi disse solo che aveva vissuto sempre là con la moglie, e subito passò a raccontarmi di lei, per evitare altre mie domande. «Sai», cominciò, «una volta io ero un principe, e abitavo in un meraviglioso castello sulla cima della montagna. Spesso salivo sulla torre più alta del palazzo e ammiravo lo spettacolo che la Valle ogni giorno mi offriva: i soffici prati increspati dalla brezza, i fiori variopinti che sfidavano l’arcobaleno, gli alberi maestosi innalzati a sostegno del cielo, il fiume chiaro che svolgeva vezzoso la sua chioma argentea. A volte soffermavo lo sguardo anche sui villaggi disseminati per la Valle e sui loro abitanti. Fu così che un giorno la vidi. Saltellava sbarazzina da un angolo all’altro, salutando chiunque incontrasse sulla strada, fermandosi ad ogni porta a scambiare qualche rapida parola, sorridendo sempre a tutti. La sua gioiosa risata riempiva ogni vicolo del paese. La sua vivace giovinezza risplendeva più del sole. Rimasi abbagliato dalla sua bellezza, e i miei occhi furono suoi prigionieri. Me ne innamorai, senza scampo. Mi precipitai giù dalla torre verso il villaggio. La incontrai e le confessai i miei sentimenti. Lei ricambiò il mio amore. Ma il mio rango non permetteva a me, principe reale, di sposare una semplice popolana. Perciò rinunciai a titolo e privilegi, e vivemmo, umili e poveri, ma colmi di preziosa felicità, in questa modesta baita». Il vecchio terminò così il suo racconto. «Wow, Pym!», esclamai, «la tua storia sembra quasi la favola di Cenerentola al contrario!». «Già, più o meno!», disse lui ridendo. Poi aggiunse tornando serio: «Vieni, voglio farti vedere qualcosa». Mi condusse dietro la casa, dove, ritagliata in mezzo alla radura, c’era una piccola aiuola circolare, verde lucente, con al centro una roccia, un abbozzo di cono, non più alta d’un metro. La cima della roccia era cinta da una ghirlanda dorata. «Che cos’è?», chiesi. «È la tomba di mia moglie», rispose malinconico il vecchio. Ero come rapito dalla ghirlanda: sembrava d’oro, eppure brillava più di qualunque cosa avessi mai visto. Il mio corpo si colmò avido di quello splendore, la mia mente lo succhiò bramosa. Una pacifica beatitudine cullò la mia anima. «La ghirlanda…», balbettai, «è…». «La donai a mia moglie quando ci sposammo, come segno del mio amore», spiegò sbrigativo Pym. «Ma… è speciale», insistetti, «sembra d’oro, eppure quello non può essere oro, è troppo…». «Diciamo che è un gioiello prezioso composto di un materiale molto raro», mi interruppe secco. Dal suo tono capii che non avrebbe più detto niente a riguardo, e infatti si voltò per andarsene. Assaporai ancora per un istante lo splendore della ghirlanda, poi lo seguii. Ormai si era fatto tardi, per cui lo salutai velocemente, e tornai di corsa giù al villaggio. Il giorno dopo salii di nuovo alla baita, ma non trovai il vecchio seduto fuori. Attesi qualche minuto che uscisse, poi preoccupato entrai nell’abitazione. «Pym!», chiamai ad alta voce, «ci sei?». «Sono qui», rispose debolmente. Le parole sembravano provenire dal piano di sopra. Corsi su per le scale. Mi trovai così nella sua camera. Giaceva su un letto al centro della stanza. Era pallido, la pelle avvizzita, il respiro affannoso. «Sto morendo…», ansimò. «Ma prima è necessario che tu conosca la verità». Mi avvicinai più preoccupato per la sua salute che interessato a ciò che voleva raccontarmi. «Ascolta», esordì. «All’inizio dei tempi, quando l’Universo era ancora giovane, Dio si volse verso la Terra. La vide scintillare d’azzurro, e ne fu incuriosito. Il suo sguardo attraversò le alte nubi al fianco dell’aquila, saltellò sulle aspre cime delle montagne insieme allo stambecco, danzò tra le foglie e i rami degli alberi in compagnia dello scoiattolo, galoppò per le praterie sconfinate sul dorso del cavallo selvatico, s’immerse col delfino nell’acqua degli oceani. Dio vide la Terra crepitare, ribollire, esplodere di vita. E ne fu attratto. Guardò le nuvole arabescare il cielo e il vento arpeggiare tra le fronde, osservò i fiori dipingere i prati e i fiumi intarsiare le pianure, mirò la luna pacificare la notte. Dio contemplò la bellezza sfavillante della Terra. E se ne innamorò. Perdutamente, totalmente, infinitamente. Anche la Terra, scorgendo Dio aleggiare lontano sopra di lei, si innamorò delle sue forme armoniose, della sua luce splendente. Entrambi desiderarono abbracciarsi, ma non potevano neanche sfiorarsi: se Dio si fosse avvicinato troppo alla Terra, la propria luce sfolgorante l’avrebbe incenerita. Così furono costretti ad ammirarsi da lontano, bramosi di toccarsi. Mille e mille volte Dio tese la mano per accarezzare il viso dell’amata, e sempre la ritirò per il timore di scottarlo. Mille e mille volte sporse le labbra per baciare la bocca dell’amata, e sempre si allontanò per la paura di ustionarla. Mille e mille volte allungò la testa per affondarla nella chioma dorata dell’amata, e sempre si ritrasse per il terrore di bruciarla. Infine, smanioso d’amore, decise di privarsi del suo corpo perfetto di fulgida luce, e ne assunse uno fragile, deperibile, mortale, di carne e sangue. Dio si fece uomo, il primo uomo, e si congiunse alla Terra. Dalla loro unione, dalla loro gioia, dal loro amore nacque il genere umano. L’umanità si nutrì al seno della Terra, e crebbe forte e prosperosa. Ma poi divenne avida, succhiò ingorda le mammelle della madre fino a seccarle, e ne violò il corpo alla cupida ricerca di alimento. Gli uomini lottarono ferocemente tra loro per appropriarsi delle risorse rimaste, finché la Terra, stremata e devastata, morì». Il vecchio tacque. Un sospetto tremendo lampeggiò nella mia mente: il racconto aveva forse a che fare con lui e sua moglie? Dunque Pym era… Barcollai sconvolto all’indietro, inciampai nei miei stessi piedi, caddi rovinosamente a terra, strisciai verso le scale, e mi precipitai giù. Mi lanciai fuori dalla casa, e corsi come un fulmine verso il villaggio. M’infilai a letto per nascondere sotto le coperte il turbamento che avevo sul volto. Scoppiai a piangere, la mente e il corpo troppo agitati per poter far altro. Per molto tempo lacrime roventi continuarono a sgorgare dai miei occhi, poi finalmente mi addormentai, ma il sonno fu tormentato dagli incubi. Sognai un enorme sciame di cavallette, con testa d’uomo e fauci di lupo, che divorava tutto ciò che incontrava: cespugli, alberi, boschi, foreste, e poi anche animali, succhiandone il sangue, dilaniandone le carni, frantumandone le ossa. Infine, dopo aver distrutto e consumato tutto ciò che c’era a disposizione, si scagliavano l’una contro l’altra, azzannavano i propri simili, strappavano teste e zampe uguali alle proprie, e le ingoiavano fameliche. Mi svegliai di soprassalto. Il sole era già alto, e decisi di tornare sulla montagna. Mi sentivo più calmo, o almeno così mi sembrava. Mi avviai verso la casa del vecchio. Lo trovai nel suo letto, come il giorno precedente, ma le sue condizioni erano notevolmente peggiorate: ormai assomigliava più a un cadavere che a un essere vivente. Solo gli occhi erano ancora luminosi e guizzanti. «Pym, sei tu il Dio del tuo racconto?», domandai brusco. Sentivo il muro eretto a protezione della mia coscienza sgretolarsi, e le emozioni cominciare a fluire nel mio corpo, prima tra tutte la rabbia. Egli annuì leggermente, come se tale gesto gli costasse una fatica insopportabile. «E allora perché non ci hai fermato?!», urlai. «Se tu sei Dio, perché non hai impedito che distruggessimo noi stessi e il pianeta?! Dovevi pur avere qualche potere speciale per salvarci!». «Non mi hai ascoltato ieri?», ribatté con un filo di voce. «Io non ho più alcun potere speciale, sono solo un semplice uomo, non avrei potuto in nessun modo impedire l’Apocalisse». «Tu menti!», gridai. «Non sei un uomo normale! Quanti anni hai, eh?», lo incalzai. «Dovresti averne migliaia, forse milioni. Nessun essere umano può vivere così a lungo!». «È vero», rispose. «Quando mi feci uomo, stabilii per la mia vita una durata pari a quella della Terra: un privilegio che riservai a me solo, affinché io e la mia amata potessimo godere di ogni attimo di felicità disponibile, senza perderne alcuno», mi spiegò. Poi aggiunse cupo: «Un privilegio che si è rivelato una condanna: avrei dovuto desiderare di morire almeno un giorno prima della mia sposa… ma ormai anche il mio tempo sta per concludersi…». Non mi lasciai commuovere, né convincere dalle sue parole, e lo attaccai ancora: «E la Valle, Pym? Un luogo così non può esistere senza qualche intervento soprannaturale!». «La ghirlanda…», farfugliò il vecchio. «Quando scesi sulla Terra come uomo, portai con me un frammento della mia luce divina, tanto piccolo da non poter nuocere alla mia amata. Modellai quella scheggia di essenza divina in forma di ghirlanda, e la posi al collo di mia moglie a suggellare il nostro amore. Con il suo potere ho creato la Valle, eterno mausoleo della mia sposa, per ricordare e celebrare quella vitalità spumeggiante che mi aveva fatto innamorare. Ma i poteri della ghirlanda sono minimi, più di questo non possono fare». «Non è vero!», ruggii. La mia rabbia esplose, e dietro di lei, immediato, seguì il dolore. Crollai in ginocchio, i pugni scagliati contro il pavimento. Scoppiai in un pianto disperato. «Tu dovevi fermarci…», singhiozzai. «Tu sei nostro padre… Perché ci hai creato? Se l’umanità non fosse mai esistita, la Terra vivrebbe ancora e miliardi di esseri viventi non avrebbero sofferto! Sei tu il colpevole di tutto questo! L’Apocalisse è colpa tua!». «Per un momento…», ansimò il vecchio Pym, «per un momento interminabile l’ho pensato anch’io. Quando la Terra spirò, mentre stringevo tra le braccia il suo corpo un tempo raggiante di vita, adesso freddo e immobile, in quel momento odiai me stesso, ferocemente e furiosamente. Io, che una volta con un battito di ciglia dominavo il tempo, e con uno schiocco di dita signoreggiavo lo spazio, non ero stato capace di guarire le sue ferite. Io che una volta imperavo sul visibile e l’invisibile, sull’esistente e l’inesistente, sull’ordine e sul caos, non ero stato capace di salvarla. Io, che una volta mi ergevo maestoso sull’universo, fiammeggiante di luce eterna, adesso, rinchiuso in un corpicino molliccio e gracile, ero impotente ed inutile davanti alla straziante agonia che dilaniava la mia amata. Maledissi il giorno in cui la vidi, l’ora in cui mi innamorai di lei, e di più l’attimo in cui, per assecondare le mie sciocche fregole, mi privai della mia essenza divina. Se avessi avuto ancora i miei poteri, avrei potuto aiutarla; se non mi fossi mai unito a lei, voi esseri umani non sareste mai nati e non avreste distrutto vostra madre. Mi ero spogliato della mia luce ardente per non bruciare la mia amata, ma in realtà le avevo inflitto sofferenze ancora più grandi. Lei era morta per colpa mia. Pazzo di dolore e rabbia, gridai, urlai, imprecai contro me stesso. Spaccai sedie, spezzai tavoli, frantumai vetri e finestre. Pazzo di dolore e rabbia, mi strappai capelli dalla testa, mi graffiai il viso, mi percossi il petto con violenza, detestando il mio corpo, disprezzando me stesso. Ma poi, quasi per caso voltando lo sguardo verso mia moglie, mi accorsi che sorrideva: era morta regalandomi il suo sorriso, il suo meraviglioso sorriso, che tante volte avevo ammirato. Mi ricordai, allora, della gioia immensa che avevamo provato insieme: quando giocavamo a rincorrerci per i prati, quando ballavamo tra gli alberi, quando ci contemplavamo l’uno negli occhi dell’altra. Sconfinata la nostra felicità, superiore all’infinito stesso il nostro amore. E tutto questo non sarebbe mai stato, se non mi fossi fatto uomo. Avremmo sofferto indicibilmente, se non avessimo potuto congiungerci. Non ho alcun rimpianto, sono grato a me stesso per la decisione che presi allora». Mi avvicinai, sempre in ginocchio, al letto del vecchio Pym e posai la mano sopra la sua. «Perdonaci, se puoi» dissi con gli occhi pieni di lacrime. Mi rispose con un sorriso pieno di comprensione paterna. «Che cosa faremo noi ora che anche tu ci lascerai?», domandai triste. «Vivrete nella Valle. È vostra», disse. «Non hai paura che potremo distruggerla come già abbiamo fatto per tutto il resto del pianeta?», chiesi. «Ho fiducia in voi», ribatté. «Avete imparato molto dai vostri errori, più di quanto tu stesso credi. E poi, essa continuerà ad esistere finché esisterà la ghirlanda. E la ghirlanda è eterna, come eterna è la luce divina di cui è composta, come eterno è l’amore di cui è sigillo…». Riuscì appena a concludere questa frase e poi spirò. Rimasi a lungo a piangere al suo capezzale. Quindi, presi il suo corpo e lo seppellii accanto alla tomba della moglie. Restai per un po’ a contemplare la ghirlanda… la nostra salvezza, che, nonostante tutto, Dio ci aveva voluto donare. Col cuore stranamente leggero, mi incamminai per il villaggio. Adesso mi sentivo pronto a raccontare ai miei compagni la storia del vecchio Pym, la storia del Dio fattosi uomo per amore.