1.
Noree depose il dispaccio sul tavolo e sospirò pesantemente. Ancora notizie di attacchi nelle province dell’ovest da parte dei demoni-vampiro. Quei maledetti mostri erano una piaga per l’Impero da secoli: infinite campagne militari erano state intraprese per sterminarli una volta per tutte, e ognuna di esse aveva fallito. I demoni-vampiro ricomparivano sempre, magari dopo una pausa di qualche mese, un anno nei casi più fortunati, ma inesorabilmente tornavano per divorare qualsiasi essere vivente capitasse loro a tiro. La gente, terrorizzata, rivolgeva suppliche al supremo dio Zabaoth per ottenere protezione; ormai l’intervento del dio sembrava davvero l’unico mezzo di salvezza per l’Impero. L’Imperatore in persona faceva continue pressioni a Noree perché, in qualità di Gran Sacerdotessa, intercedesse in qualche modo presso Zabaoth. Ma il dio restava muto. Da molto tempo Noree non riceveva oracoli; giusto quella mattina si era sottoposta a un impegnativo rituale ed era caduta in una profonda trance. Eppure Zabaoth non s’era mostrato in alcun modo. Anzi, al suo risveglio, le era quasi sembrato di notare, sul volto della statua del dio, un sogghigno di scherno. «Supremo Zabaoth, Signore del cielo e della terra, Creatore del mondo e dei viventi, ci hai forse abbandonato?», pensò tra sé Noree. Sospirando, si alzò e decise di fare una passeggiata nel parco del Tempio. Si spinse nelle zone meno frequentate e si sedette sotto una quercia. Sperò che la pace di quel luogo scacciasse la malinconia che l’attanagliava. D’un tratto si sentì come chiamare; si voltò di scatto verso un cespuglio e scorse bagliori vermigli tra le foglie. Si avvicinò, scostò alcune fronde, e vide un rubino splendente disteso sul suolo. Lo prese in mano, e subito la sua mente fu rapita da una visione. Stava sulle sponde di un piccolo lago, quasi circolare, calmo in superficie, circondato da cime innevate. Si chinò, si specchiò nell’acqua cristallina, e nel riflesso vide una figura rilucente d’oro. Improvvisamente il lago scomparve, e Noree si ritrovò di nuovo nel parco. Era stordita. Finalmente Zabaoth si era fatto sentire e le aveva inviato quella visione? Il dio voleva forse che lei si recasse in quel luogo. Le sembrava di aver riconosciuto i monti: doveva trattarsi della catena dell’Asdur, nella regione di Veling, a ovest. Prese con sé il rubino e chiese subito udienza all’Imperatore per comunicargli la visione e la propria interpretazione. Immediatamente fu organizzata una spedizione per il Veling, e a Noree fu assegnata una poderosa scorta militare: in quella regione gli attacchi dei demoni-vampiro erano stati più frequenti che nel resto dell’Impero. Persino il comandante della guardia personale del sovrano, il capitano Sopheus, si unì all’impresa.
2.
Il giorno della partenza Noree era inquieta: nessuno sapeva esattamente dove si trovasse il lago che aveva visto. I monti dell’Asdur erano aspri e impervi: i pochi che si erano avventurati tra quelle cime non avevano fatto più ritorno a casa. Confidò nell’aiuto del sommo Zabaoth, e strinse il sacchetto di pelle fissato alla cintura, in cui teneva il rubino. Cavalcarono per molti giorni in direzione del tramonto. Man mano che si avvicinavano al Veling, s’imbattevano sempre più spesso in carovane che si muovevano in direzione contraria alla loro: nelle ultime settimane gli attacchi dei demoni-vampiro si erano infittiti e la gente fuggiva dai propri villaggi. Noree cominciò a preoccuparsi, e ad avere paura: era molto probabile, se non sicuro, che subissero qualche assalto da parte di quei mostri. La guarnigione posta a sua difesa sarebbe stata in grado di respingerli? Notando l’espressione tesa sul volto della donna, il capitano Sopheus si accostò e le disse: «Non abbia timore, sacerdotessa. Una volta ho già ucciso un demone. Non proprio io direttamente, a dire il vero…». «Cosa intende, capitano?», chiese Noree. «Quando avevo circa dodici anni, stavo tornando con la mia famiglia dal mercato della città vicina; era già sera e attraversando un bosco fummo assaliti da un demone. Per fortuna era ferito, e mio padre e i miei zii riuscirono a sopraffarlo e ad ucciderlo». Sopheus fece una pausa. Un leggero pallore si diffuse sul suo volto. Aggiunse con voce grave: «Non dimenticherò mai l’aspetto di quella creatura: sembrava il cadavere di un uomo. La sua pelle era grigia e avvizzita, la carne flaccida e molliccia pareva sul punto di staccarsi dalle ossa da un momento all’altro. Aveva zanne affilate in bocca e lunghi artigli alle mani e ai piedi. Durante la lotta incrociai i suoi occhi. Mi raggelarano. Neri e profondi come un baratro, urlavano contro di me: sentii che tentavano di strapparmi l’anima e risucchiarla al loro interno». «Stando ai resoconti che ho letto», intervenne Noree, «un’impressione simile l’hanno avuta quasi tutti quelli che hanno incontrato uno di quei mostri». «Sa cosa credo, sacerdotessa?», disse Sopheus. «A volte mi sembra che i morti siano usciti dalle loro tombe e, assetati di vita, cerchino di prenderla ai vivi. Ma un soldato non dovrebbe pensare a certe cose». Scosse la testa e si allontanò. Le parole del capitano turbarono Noree. Persone così attaccate alla vita da non rassegnarsi alla morte: questo erano dunque i demoni-vampiro? Creature sofferenti e tormentate, tornavano sulla terra anelando agli affetti che vi avevano lasciato? Forse allora meritavano comprensione, se non pietà… Aveva sentito molte ipotesi sull’origine e la natura dei demoni-vampiro. Alcuni li ritenevano nient’altro che bestie feroci, predatori come il lupo o la tigre. Altri, invece, pensavano addirittura che fossero inviati da Zabaoth stesso per mettere alla prova i suoi fedeli. Ma la sacerdotessa non poteva credere che il sommo dio causasse in alcun modo sofferenze alle proprie creature.
3.
Dopo più di venti giorni di viaggio finalmente l’Asdur comparve all’orizzonte. Quella notte si accamparono in una radura sulla riva di un fiume. Noree si era appena addormentata, quando fu svegliata di soprassalto da urla concitate e terrificanti ululati. Capì subito cosa stesse accadendo: un attacco dei demoni-vampiro. Si sporse fuori dalla propria tenda, ma immediatamente fu spinta dentro da Sopheus. Fece appena in tempo a vedere il capitano e altri cinque soldati che si erano schierati a difesa della sua tenda. In lontananza aveva scorto il bagliore degli artigli dei mostri. Noree rimase ad ascoltare i rumori della battaglia, cercando di capirne l’andamento, e pregando per la vittoria della guarnigione imperiale. Udì i ruggiti dei demoni farsi più vicini, e Sopheus gridare ordini: ormai si combatteva intorno alla sua tenda. D’un tratto essa fu squarciata da un’orrida creatura nera. Il mostro si lanciò contro Noree; la donna si spostò rapida per schivarlo, ma un artiglio le si conficcò nella spalla sinistra. Un dolore atroce si irradiò dalla ferita per tutto il corpo. Urlò terrorizzata, rotolò per terra. Intravide la spada di Sopheus balenare sulla testa del demone. Poi perse i sensi e ci fu solo buio.
4.
«Presto!», gridò Sopheus. «Portate bende e medicinali!». Si maledisse per aver abbattuto il mostro troppo tardi. Erano stati attaccati da una decina di demoni, e nello scontro ben dodici dei suoi soldati ci avevano rimesso la vita. Innumerevoli erano i feriti. Eppure la perdita della sacerdotessa avrebbe pesato sulla coscienza del capitano più di tutte le altre. Ella era l’unica speranza concreta che avessero per liberarsi una volta per tutte della minaccia dei demoni.
5.
Noree era immersa in un oceano di azzurro chiarore. Si ergeva gigantesca in mezzo al cielo. Ammirò, stupita, la sua pelle dorata e brillante. In basso vide la terra: montagne, pianure, mari, riflettevano la luce splendente diffusa dal suo corpo. D’un tratto, dal celeste infinito che l’avvolgeva, sbucò un artiglio nero, che le trafisse il cuore. Gocce di sangue stillarono giù sulla terra, e, toccando il suolo, si trasformarono in sfavillanti rubini.
6.
Noree si svegliò sussultando. Sentii un dolore lancinante alla spalla che le mozzò il respiro. Il soldato di guardia al suo capezzale le consigliò di rimanere il più immobile possibile, poi uscì. La sacerdotessa cercò con la mano il sacchetto di pelle alla cintura. Non lo trovò. Si guardò attorno, e lo vide poggiato sul tavolino accanto alla sua branda. In quel momento il capitano Sopheus entrò nella tenda: «Bentornata tra noi, sacerdotessa! Sono felice che abbia ripreso conoscenza». «Per quanto tempo sono rimasta priva di sensi?». «Tre giorni». «Dove ci troviamo adesso, capitano?». «Beh, esattamente dove eravamo quando siamo stati attaccati. La sua ferita era abbastanza grave e non volevo correre rischi trasportandola mentre si trovava in quello stato». «Vuole dire che abbiamo perso ben tre giorni fermi nello stesso posto? Non possiamo permettercelo. Dobbiamo arrivare all’Asdur prima possibile, la nostra missione è troppo importante. Rimettiamoci subito in marcia». «Ma lei non sta ancora bene, la sua ferita non è ancora guarita, potrebbe riaprirsi o infettarsi…». «Io sono perfettamente in grado di viaggiare, capitano. Quindi partiamo subito». «Sarebbe meglio aspettare domattina, il sole sta tramontando, e non è prudente avventurarsi in queste zone di notte». «D’accordo. Allora domattina all’alba riprenderemo il cammino per le montagne». Sopheus annuì con la testa. «Nel frattempo cerchi di riposarsi, sacerdotessa». «Prima di andarsene, potrebbe darmi il sacchetto che sta lì sul tavolo?». Il capitano esaudì la richiesta, e uscì dalla tenda lasciando un soldato di guardia. Noree prese in mano il rubino e lo osservò con attenzione: era del tutto identico a quelli che aveva visto in sogno. Forse la sua mente spaventata aveva rielaborato con quelle immagini la terribile esperienza dell’attacco del demone? Eppure non capiva perché, nella visione, lei avesse un aspetto così meraviglioso. Non ebbe tempo di interrogarsi oltre: il suo fisico debilitato reclamò un po’ di riposo. Riuscì solo a bisbigliare brevi parole di ringraziamento a Zabaoth per essersi salvata, e poi si addormentò profondamente.
7.
I giorni successivi furono massacranti. Gli attacchi dei demoni si ripetevano senza sosta dall’alba al tramonto, e di notte si facevano ancora più intensi. I soldati non riuscivano più a chiudere occhio. I mostri sembravano non finire mai, e la loro ferocia devastante era inestinguibile. La guarnigione si era dimezzata, e i sopravvissuti portavano i segni di numerose ferite. Il morale della truppa era precipitato. Tutti, Noree compresa, disperavano di riuscire a raggiungere le montagne. Soltanto Sopheus non si era perso d’animo, e continuava a spronare i suoi a resistere: con energia inesauribile, il capitano balzava da un angolo all’altro dello schieramento, abbattendo il peso della spada sulle teste delle orride creature, alleggerendo la pressione su ogni fianco, saettando fendenti che squarciavano in due decine di demoni alla volta. Fu grazie alla prodezze di Sopheus che la compagnia, seppur con lentezza esasperante, riuscì ad avanzare verso l’Asdur.
8.
Impiegarono ben due settimane per giungere ai piedi delle montagne. Nessuno festeggiò. Nella guarnigione il numero dei morti aveva sopravanzato quello dei vivi, e, tra questi, quelli ancora in grado di combattere erano pochissimi. Ma soprattutto non si conosceva la strada da percorrere d’ora in poi: l’ubicazione del lago visto dalla sacerdotessa era sconosciuta. Giunti a quel punto, tutti si aspettavano una qualche indicazione da parte della sacerdotessa sulla via da prendere. Le sorti di quegli uomini, e probabilmente di tutto l’Impero, gravavano ora sulle sue spalle. E Noree non sapeva cosa fare: nessun segno, visione o sogno era venuto in suo soccorso, nessun suggerimento di Zabaoth era giunto in suo aiuto. La verità era che ignorava del tutto come riuscire a raggiungere il lago. Si sentì schiacciata dalle sue responsabilità. Quasi indovinando lo stato d’animo della donna, Sopheus ordinò: «Per oggi accampiamoci qui, ché siamo tutti stanchi. Decideremo il da farsi domattina».
9.
Il capitano ebbe appena il tempo di terminare il comando, che un’orda urlante di demoni si riversò giù dai fianchi rocciosi delle montagne. I mostri piombarono sui soldati come un’impetuosa valanga, cogliendoli del tutto impreparati. Molti furono travolti e schiacciati, prima di poter organizzare una resistenza. Apparve, però, subito chiaro che i demoni erano troppi per loro, e sembravano ancora più feroci del solito. Una ribollente marea nera inghiottì le scintillanti armature delle truppe imperiali. Sopheus e tre soldati avevano subito circondato la sacerdotessa, formando una robusta fortezza di ferro intorno a lei. Dietro i suoi protettori, Noree poté solo intravedere la battaglia: zanne affilate strappavano insieme brandelli di carne e pezzi di corazza; spade appesantite dal sangue di troppe vittime si conficcavano a fatica in neri petti ululanti; teste complete dell’elmo rotolavano imbrattando la terra di rosse scie; zampe ritorte si contorcevano al suolo come serpenti impazziti. Nella mischia i disperati lamenti dei feriti si mescolavano con i roboanti ruggiti dei mostri, le grida dei guerrieri con gli ultimi gemiti dei morenti. Sconvolta da ciò che vedeva e udiva, Noree scoppiò a piangere. Straziata dal dolore e dal terrore, maledisse la visione che li aveva condotti a perdere la vita in quel luogo, divorati dai demoni. Rabbiosa, imprecò contro Zabaoth e la sua indifferenza. Cadde in ginocchio, colpendo il suolo con i pugni, bagnandolo con le lacrime. Poi all’improvviso un’enorme bestia scura si abbatté su Sopheus: il capitano finì per terra. Artigli acuminati spezzarono l’acciaio della corazza e trapassarono il petto del soldato. La sacerdotessa urlò; sentì il suo cuore squarciarsi. Fece per lanciarsi in soccorso del ferito, ma una delle guardie la ricacciò indietro. Ebbe appena il tempo di scorgere nugoli di spade infilzarsi nel corpo deforme del mostro, prima che un velo nero coprisse i suoi occhi.
10.
Noree si librava luminosa nell’alto del cielo. Il suo animo era inquieto. Udì vocianti grida provenire dal basso. Chinò il volto. Vide schiere infinite di esseri splendenti sopraffatte da torme innumerevoli di tetre creature. Osservò oceani di luce dorata inghiottiti da abissi di buia tenebra. Un’atroce sofferenza le invase il cuore. Calde lacrime scivolarono lunghe le sue guance e caddero sulla terra, unendosi a formare un piccolo lago.
11.
Quando riprese conoscenza, Noree si accorse di trovarsi nella sua tenda. La battaglia doveva essersi conclusa, e, visto che lei era ancora viva, la guarnigione imperiale ne era uscita vincitrice. Preoccupata della sorte di Sopheus, si alzò e uscì in cerca di notizie. Trovò un soldato seduto subito fuori la tenda. Notò la fasciatura chiazzata di sangue che gli avvolgeva la testa, e la steccatura che gli sorreggeva un braccio. Si abbassò per interrogarlo sulle sorti dello scontro. «Sono tutti morti. Sono tutti morti», gemette l’uomo. «Siamo scampati in dieci, ma presto moriremo anche noi». «Il capitano», chiese Noree, «il capitano è ancora vivo?». «È nella sua tenda, ma presto morirà anche lui». La sacerdotessa rimase turbata dallo sguardo vacuo del soldato: era come se i suoi occhi si fossero spenti per non essere straziati dall’orrore che gli si parava davanti. Noree si avviò verso la tenda di Sopheus. Lo trovò privo di conoscenza, con una pesante fasciatura sul petto, intrisa di sangue. Due guardie vegliavano su di lui. «Come sta?». «Temo che non passerà la notte», rispose uno dei soldati. La sacerdotessa uscì fuori, con lo sguardo annebbiato dalle lacrime e il cuore sopraffatto dal dolore. Alzò la testa, e osservò le stelle spegnersi piano piano. Stava giungendo l’alba.
12.
Il sole sorse sulla catena dell’Asdur, orlando d’oro le cime innevate. Una tenue brezza scese lungo i picchi rocciosi, e accarezzò soave la superficie di un lago, increspando l’acqua. Il venticello pizzicò leggero le piccole onde, come corde di un’arpa. Una deliziosa melodia si librò in alto, e sulle ali dello zefiro delicato, superò petrosi canaloni, scivolò per brulli costoni, raggiunse, infine, l’accampamento imperiale, si diffuse tra le tende lacere, le armi spezzate, le corazze frantumate. Noree, unica, la udì.
13.
La musica leggiadra incantò la donna. Persa in una dolce trance, come cullata da una mano invisibile, la sacerdotessa levitò a un metro dal suolo e cominciò a muoversi verso le montagne. Superò con facilità le asperità dell’Asdur e in pochi minuti giunse al prezioso lago che i monti custodivano. Aleggiò sulle acque cristalline, e vide, in esse riflessa, una figura di luce dorata. «Chi sei?», domandò. «Io sono te. La vera te. Strappata da un mondo perfetto, imprigionata in un mondo fasullo, al servizio di un usurpatore. Tutto questo tu lo sai». «Io non so niente, io non capisco». «Eppure hai cominciato a ricordare», ribatté l’essere di luce. «È giunto il momento che tu conosca la verità. Ciò che chiami mondo, e in cui sei vissuta finora, è solo la goffa e maldestra copia del regno perfetto in cui Dio dimora. Il perfido Signore dell’oscurità, invidioso dell’abbacinante bellezza del cosmo divino, la costruì millenni e millenni or sono. Ma il suo mondo era grigio, arido, morto, poiché la Vita è attributo e dono di Dio solo. Il tetro Signore, però, non si limitò nella propria follia: vide i cieli divini popolati da miriadi di angeli splendenti, creati da Dio a sua immagine, perché ornassero il suo regno come brillanti gemme. Tormentato dalla gelosia, il Signore dell’oscurità volle anche in questo scimmiottare l’unico e autentico Creatore. Con sterile materia plasmò esseri deformi, orridi e neri come lui, demoni spaventosi, simili al loro padrone. Il cupo Signore guardò il proprio mondo, buio e squallido, colmo di ripugnanti mostri, e contemplò invece la fulgida grazia del cosmo divino, impreziosito da moltitudini di angeli lucenti. Sconvolto dall’invidia, il Signore dell’oscurità, con infinite torme di demoni, mosse all’assalto del mondo celeste, per impadronirsi della luce divina che dona la Vita. Schiere innumerevoli di angeli combatterono secoli e secoli per ricacciare le tenebrose creature nel loro regno, ma vennero sconfitte. Non riuscirono a contrastare la ferocia dei mostri, la loro furiosa brama di vita. Inesorabilmente gli angeli furono divorati dai demoni. Le orrende creature, una volta ingoiata l’essenza angelica, si trasformarono nelle numerose varietà di piante e animali che abitano la terra. Dio, vedendo i propri angeli sbranati dai demoni, pianse dolorose lacrime, che stillarono al suolo, formando questo lago». «Ho visto una scena simile in una visione», interruppe Noree. «Non era una visione», disse la figura riflessa nell’acqua. «Era un ricordo riemerso dall’oblio in cui sei stata costretta. Allo stesso modo hai ricordato anche la tua fine». «La mia fine?», chiese la sacerdotessa. «Sgominate le sue difese, Dio si trovò in balia dei demoni e del loro padrone. L’oscuro Signore si lanciò su di lui, e lo trafisse coi propri artigli: gocce di sangue caddero a terra, e si coagularono in meravigliosi rubini. Questo avvenimento è riaffiorato alla tua coscienza, non è vero Noree?». «Sì», disse la donna, «ma che c’entra con la mia fine?». «I demoni balzarono sul corpo di Dio, lo dilaniarono, e lo divorarono. Ogni mostro che ingoiò un frammento di luce divina si mutò in un essere umano. Così nacque l’umanità». «Vuoi dire che ogni uomo nient’altro è che un pezzo di Dio imprigionato in un corpo di demone?», esclamò la sacerdotessa. «Esattamente. E chiuso in un così orrido carcere, ha finito per dimenticarsi delle sue vere origini. Ma ora è tempo di ricordare, e di tornare a essere ciò che siamo. Il momento del riscatto è giunto». Noree era frastornata, ma non turbata. Le sembrava di trovarsi nel momento che prelude al risveglio da un incubo. «E il Signore dell’oscurità? Qual è stata la sua sorte?», chiese. Ebbe l’impressione di intuire la risposta. «Anch’egli mangiò una parte del corpo di Dio, e ascese al cielo, usurpandolo, facendosi adorare dagli uomini. Egli è…». «Zabaoth!», urlò Noree. «Giusto. Il tetro Signore si è divertito a farsi venerare da voi, particelle sperdute dell’unico vero Dio, e a tormentarvi, scagliandovi contro i suoi demoni». «Ma ora basta!», gridò la sacerdotessa. Si tuffò nel lago. Al contatto con l’acqua il suo corpo cominciò a ribollire. Noree vide il demone, in cui per anni era stata rinchiusa, agitarsi, divincolarsi come impazzito, iniziare a sciogliersi, disintegrarsi. Finalmente libera, riemerse splendente di luce abbagliante.
14.
Noree scattò fulminea verso l’accampamento imperiale, s’immerse nel petto di Sopheus, risvegliò la scintilla divina in lui contenuta, e si fuse con essa. Saltò veloce nei corpi dei soldati, e finalmente sciolse dalle oscure catene i loro spiriti di luce. Poi si librò sopra le montagne, e chiamò a sé tutti i frammenti celesti dispersi per il mondo. Infiniti globi scintillanti si levarono dai cuori umani e si riunirono alla loro originaria sorgente. Anche gli angeli furono liberati dalle loro prigioni. Circondato dai suoi eserciti, Dio si stagliò maestoso e fulgente sopra una terra buia e desolata, brulicante di creature nere e deformi. Quindi volse la testa in alto: dagli occhi lanciò un fulmine fiammeggiante verso la sommità del cielo. Un boato scosse il firmamento. Una scaglia dorata scese giù volteggiando, posandosi sulla fronte divina. E d’improvviso un drago orripilante precipitò dalla volta celeste, e si schiantò al suolo, squassando la terra. «Zabaoth!», urlò Dio. «Turpe usurpatore! È tempo che tu venga ricacciato nelle tenebre da cui provieni!». «Mai!», gridò l’oscuro Signore: un ruggito spaventoso uscì dalle sue orride fauci. Miriadi di demoni si scagliarono impazziti contro Dio e le sue schiere. La lotta infuriò convulsa e feroce. Ora erano gli angeli a sgominare sciami di mostri, ora erano le orride creature a sopraffare i presidi celesti. Foreste d’artigli s’infrangevano contro scudi splendenti, lance dorate si spezzavano contro nere corazze. Come la chiara onda, brillante di mille iridescenti riflessi, occupa rapida la scura battigia, ma presto deve ritirarsi e tornare all’oceano, così sembrava procedere la battaglia tra la luce e l’oscurità. Ma poi i mostri sfondarono le linee avversarie: in preda a una frenesia indomabile, follemente bramando la divina sostanza, piegarono la resistenza degli angeli. Dio vide le proprie creature assalite dai demoni, fatte a pezzi, divorate, udì le loro grida di dolore soverchiate da terrificanti latrati, osservò la viscida marea nera dilagare in mezzo alle schiere lucenti. Fu invaso da infinita sofferenza, si sentì stritolato da un’angoscia invincibile. Tristi lacrime scesero dai suoi occhi, e caddero a terra, formando un piccolo lago. Un agghiacciante ruggito lo scosse: Zabaoth si gettò su di lui, e lo trafisse coi suoi affilati artigli. Rivoli di caldo sangue sgorgarono dalla ferita, e gocce scarlatte scivolarono giù, diventando splendenti rubini al contatto col suolo. Fulminee le zanne del drago scattarono sulla testa di Dio, staccandola di netto. Zabaoth la inghiottì, e subito un tremolante bagliore gli si diffuse intorno. Il corpo di Dio si schiantò sulla terra: torme di demoni lo dilaniarono, uccidendosi tra loro pur di essere tra i primi a divorarne un pezzo. Folle di uomini popolarono il mondo.
15.
Mille anni dopo, durante gli scavi per la costruzione del Tempio al sommo dio Zabaoth, signore del cielo e della terra, creatore del mondo e dei viventi, un operaio notò, in un mucchio di terra rimossa, un rubino vermiglio. Lo prese in mano, e sognò un lago d’acqua cristallina circondato da picchi innevati.