Un tentacolo scuro scivolò stancamente sul pulsante più vicino. Il registratore si avviò.
«Rapporto del capitano Hewog, comandante dell’astronave “Bapop”, per la prima udienza davanti alla corte marziale. Confesso di aver ucciso l’ultimo rappresentante del popolo più antico dell’universo, e non me ne pento. Non ho messo fine ad una vita, ma alla straziante tortura di un’interminabile sofferenza. Le prossime pagine tenteranno di dimostrarlo.
Durante l’esplorazione della nebulosa Kri-ni, scoprimmo una piccola cintura di asteroidi. Grande fu la mia sorpresa quando i nostri sensori captarono debolissimi segni di vita provenienti da uno degli asteroidi. Non riuscivo ad immaginare quale creatura potesse vivere in un ambiente così inospitale. I gas della nebulosa riuscivano a corrodere persino le nostre tute di protezione. Giudicando, quindi, troppo pericoloso l’invio di una squadra di sbarco per indagare, presi la decisione di teletrasportare quell’essere direttamente in una delle celle detentive della nave. Recatomi là, mi trovai di fronte ad un cilindro luminoso, lungo circa un metro e mezzo, la cui superficie mi sembrava completamente liscia. In decenni di servizio sulle navi spaziali, mi ero imbattuto nelle più svariate forme di vita, ma mai avevo visto qualcosa di simile. L’ufficiale biologo mi assicurò trattarsi veramente di una forma di vita, seppure sconosciuta ai nostri database. L’ufficiale medico suggerì che potesse trovarsi in qualche forma di letargo; con alcuni giorni di studio e analisi, forse avrebbe potuto trovare un modo per svegliare quella creatura senza recarle danno. Osservai il cilindro, riflettendo. Dopo pochi secondi mi sembrò di notare dei leggeri movimenti al suo interno, come se fosse scosso da brividi, che velocemente aumentarono d’intensità. Quell’essere adesso tremava tutto, come sconvolto da un terremoto, e all’improvviso una specie di sfera spuntò dalla sua cima. In questo abbozzo di testa, si aprì una fessura, da cui, con mia grande meraviglia, uscirono parole perfettamente pronunciate nella nostra lingua.
“Rimettetemi dove mi avete trovato”, disse. Il tono della sua voce era gelido, inespressivo.
“Lei parla la nostra lingua?”, chiesi.
“Rimettetemi dove mi avete trovato”, ripeté.
“Perché si trovava in quell’asteroide?”, provai a domandare.
“Rimettetemi dove mi avete trovato”, fu la sua risposta.
Decisi di cambiare approccio. In anni di incontri e trattative con i popoli più diversi, avevo imparato che per ottenere informazioni da qualcuno, dovevo prima io darne qualcuna su di me. “Se vuoi che qualcuno muova un passo verso di te, devi prima tu andargli incontro”, era la mia strategia in diplomazia, e finora aveva sempre funzionato. Così mi rivolsi a quell’essere in modo gentile e pacato.
“Il mio nome è Hewog. Sono il capitano dell’astronave “Bapop”. La mia missione è esplorare la galassia per conoscerne le stelle, i pianeti, gli abitanti. Io e il mio equipaggio apparteniamo ad un popolo chiamato Szhig. Veniamo dal pianeta Zhacg”. Premetti un pulsante su una consolle, e subito nella stanza comparvero prima una rappresentazione olografica tridimensionale della “Bapop”, e poi una di Zhacg. “Vede, il nostro pianeta si trova in questo settore della galassia”. Regolai altri comandi, e l’immagine di Zhacg si rimpicciolì e fu circondata da miriadi di puntini luminosi e strisce colorate. Vicino ad una di queste, lampeggiava un cerchietto rosso. “Ecco, quella è la nostra posizione attuale, nei pressi della nebulosa Kri-ni. Siamo qui per…”. Fui interrotto da un grido acuto, che mi sembrò provenire proprio dall’essere alieno. Il suo corpo fu di nuovo sconvolto da violenti tremori: si contorceva, si gonfiava in certi punti, si assottigliava in altri. Gli spuntarono delle lunghe protuberanze, degli arti credetti, simili ai nostri tentacoli. Si sollevò su due di essi, e corse verso la barriera energetica che chiudeva la sua cella. Qui rimase ad osservare l’ologramma, ma soprattutto noi. Poi crollò sul pavimento, scuotendo la testa. “Non è possibile, non è possibile”, ripeteva. “Cosa c’è? Che le succede?”, chiesi. L’alieno si alzò, mi fissò (o almeno questa fu la mia impressione, visto che non c’erano occhi nel suo abbozzo di testa), e disse: “Migliaia, forse milioni di anni fa, ho vissuto sul vostro pianeta. Ma allora i suoi abitanti erano molto diversi da voi, e chiamavano il loro mondo… Terra”.
La sua voce era tornata piatta e inespressiva, ma le sue parole lasciarono interdetti me e gli altri presenti.
“È… è… sicuro? È sicuro… che quel pianeta fosse proprio Zhacg?”, balbettai.
“Sì”.
“Ma guardi meglio l’olomappa, forse si sbaglia?”.
“Non ho bisogno degli ologrammi. Ho letto nelle vostre menti tutta la vostra cartografia stellare. Zhacg è la Terra”.
“E i suoi abitanti alloro dove sono finiti?”, chiese agitato l’ufficiale medico.
“Io li ho sterminati tutti”, rispose l’alieno.
Questa frase mi turbò, ma non potei fare a meno di notare il tono di cupa tristezza con cui aveva pronunciato quelle parole.
“Perché li ha uccisi?”, mi azzardai a chiedere.
“Rimettetemi dove mi avete trovato”, fu la sua gelida risposta.
Non ci fu modo di fargli dire altro. Per giorni l’alieno, tornato alla sua forma cilindrica, giacque immobile nella cella, e ogni nostro tentativo di comunicare con lui fu un insuccesso. Intanto avevo comunicato al Comando Centrale il suo ritrovamento e, soprattutto, le sue dichiarazioni. Il Comando era interessato. Aveva ordinato il trasferimento dell’alieno su Zhacg e tra dieci ore la nave “Trig” l’avrebbe prelevato dalla “Bapop”. Riflettei ancora una volta su quel poco che ero riuscito a sapere su quell’essere. Senza dubbio doveva essere dotato di poteri psichici: sosteneva di aver ricavato direttamente dalle nostre menti la posizione del nostro pianeta, e probabilmente nello stesso modo era riuscito a imparare la nostra lingua, trasferendola direttamente dal nostro cervello al suo. Conoscevo altri popoli forniti di poteri psichici, ma nessuno ne possedeva di così potenti. Molto più importante, l’alieno affermava di aver soggiornato su Zhacg milioni di anni fa, e che allora il pianeta non fosse abitato da noi, gli Szhig, ma da un altro popolo, su cui non ci aveva riferito alcun particolare, tranne il nome che davano al loro mondo, “Terra”. Certamente erano queste le informazioni più interessanti, anche se tutte da verificare. C’era, però, un’altra confessione fatta da quell’essere, sulla quale si concentrava tutta la mia attenzione: aveva rivelato di aver sterminato tutti gli abitanti della Terra. Una notizia a dir poco inquietante. Eppure non avevo avvertito alcuna malvagità nella sua voce. Se davvero aveva commesso una simile atrocità, non ne era certo compiaciuto, anzi ne sembrava pentito e addolorato. Forse si era trattato di un incidente, forse aveva involontariamente causato l’estinzione dei Terrestri, e il rimorso lo aveva tormentato per milioni di anni. All’improvviso una voce risuonò nella mia testa: «Capitano, per favore venga da me». Era l’alieno. Se nutrivo ancora dei dubbi sui suoi poteri extrasensoriali, adesso erano spariti. Lo raggiunsi.
«Capitano, ho appreso che tra poco verrò trasferito su un’altra nave e condotto sul vostro pianeta natale. Non voglio».
«Purtroppo si tratta di un ordine del Comando Centrale, e io sono tenuto ad ubbidire».
«Capitano, ho una richiesta da farle».
«Di che si tratta?».
«Voglio che lui mi uccida».
Trasalii. «Non… non posso», balbettai.
«Potrei costringerla, ma ho giurato che non avrei mai più manipolato una mente. Le propongo uno scambio, capitano: se lei esaudirà il mio desiderio, io le rivelerò qualsiasi cosa voglia sapere».
Mi obbligai a restare calmo e cercai di ragionare. Decisi di stare al suo gioco, per ora.
«D’accordo. Può rispondere ad alcune mie domande, allora?».
Assentì con un cenno della testa.
«Bene. Dunque, lei chi è?».
L’alieno trasse un profondo respiro, poi disse:
«Un tempo mi chiamavano Ronax. Appartengo ad un popolo che si vantava d’essere il più antico dell’universo, e pertanto il più evoluto. Da milioni di anni, la mia gente percorreva le galassie in cerca di pianeti arretrati, turbolenti, caotici, per recar loro la nostra saggezza, la nostra superiore moralità, il nostro perfetto ordine. C’eravamo investiti della nobile missione di donare la civiltà ai barbari, di trasformare l’intero universo in un meraviglioso regno di pace e armonia». Fece una pausa. «Che presunzione!», sbottò amaro.
«Come aiutavate gli altri popoli? Fornendo loro tecnologie avanzate, assumendone il controllo politico, o che altro?», chiesi.
«Ci affidavamo ai nostri straordinari poteri psichici: potevamo leggere ogni loro pensiero e sentimento, ma soprattutto potevamo penetrare nelle loro menti, calmarle, eccitarle, suggerire opinioni, influenzarle in qualsiasi maniera e per qualsiasi scopo».
«E quelle popolazioni accettavano tutte di buon grado questo intervento alieno?».
«Non sapevano che eravamo alieni, non inizialmente almeno. La mia è una razza di mutaforma, credo se ne sia già reso conto, capitano. Siamo in grado di cambiare a nostro piacimento il nostro aspetto. Perciò assumevamo le sembianze degli indigeni, cosicché sembrasse che fosse uno di loro a proporre riforme, a prendere provvedimenti, a guidarli».
«Ingegnoso», commentai. «Mi parli adesso di Zhacg, o meglio… della Terra. Ha detto di esservi stato molto tempo fa».
Un attimo di esitazione, poi Ronax esaudì la mia richiesta.
«C’era giunta notizia che la Terra fosse abitata da popoli del tutto incapaci di convivere pacificamente tra loro e con il proprio pianeta. Mi fu affidato l’incarico di indagare e, se necessario, di aiutarli. Non ero alla mia prima missione, eppure sulla Terra mi successe qualcosa di strano, qualcosa che la mia gente riteneva impossibile».
«Che cosa?».
«Mi innamorai. Il mio popolo si gloriava di essersi liberato da ogni tipo di emozione. Le riteneva, infatti, solo un ostacolo alla saggezza, una potenziale fonte di caos, una minaccia per la nostra perfetta e progredita stabilità. Quanto eravamo sciocchi! Non avevamo soppresso le nostre emozioni, tanto meno avevamo imparato a controllarle, ci eravamo semplicemente limitati ad ignorarle. Avevamo imparato a seppellirle sotto spessi strati di indifferenza, fingendo che non esistessero. Ma così ingannavamo solo noi stessi. Le nostre emozioni esistevano eccome, ribollivano nelle remote profondità del nostro essere, pronte ad esplodere alla prima occasione. Così accadde a me. Non so come e perché proprio quella persona su quel pianeta riuscì a sciogliere le catene che imprigionavano la mia capacità d’amare, ma da quel momento io non fui più lo stesso. Abbandonai la mia missione: interferire nelle vite degli altri pianeti cominciò a sembrarmi un abuso, un’ingiustizia. All’improvviso la perfezione e la superiorità di cui il mio popolo si vantava mi parvero menzogne. Gli abitanti della Terra, gli Umani, così si chiamavano, sostenevano che l’amore facesse impazzire le persone. Forse ero davvero diventato matto, se per un anno intero riuscii a vivere in mezzo ad esseri che il mio popolo avrebbe considerato rozzi, sporchi, irrazionali, ottusi, assurdi. E io amavo proprio uno di questi barbari, e ne ero felice! Mi ero addirittura sposato! Mi sentivo come se fossi nato di nuovo, o meglio, come se fosse nato davvero: la mia vita adesso era più intensa, più coinvolgente, più entusiasmante. Percepisco che anche voi Szhig conoscete qualcosa di molto simile all’amore, capitano, quindi credo mi possa capire».
«In effetti la capisco, Ronax», dissi sorridendo. «Eppure lei ci ha confessato di aver sterminato tutti i Terrestri», aggiunsi, forse un po’ troppo bruscamente.
Ronax respirò affannosamente, quasi ansimando, come se le parole che stava per dire gli costassero un’insopportabile fatica.
«Una sera, rientrato a casa, trovai la mia compagna accasciata per terra in un lago di sangue. Dei rapinatori si erano introdotti nella nostra abitazione, convinti che non ci fosse nessuno. Quando, invece, si trovarono di fronte mia moglie, sorpresi, cercarono di bloccarla, di legarla, ma lei oppose resistenza, si divincolò, lottò, e nella confusione uno dei balordi vibrò una coltellata. Forse non voleva ucciderla, forse voleva solo ferirla, impaurirla, ma il colpo fu più preciso del previsto. Spaventati, i due criminali fuggirono, lasciando mia moglie a morire in un modo orribile. E io la trovai così, ormai priva di vita, con uno squarcio nella pancia. Quando la vidi, un’emozione, anch’essa sepolta dentro di me da un tempo indefinito, eruppe dalle profondità del mio essere: il dolore. Un dolore travolgente, straziante, atroce, squassò il mio corpo e la mia mente. Peggio ancora, persi il controllo dei miei poteri, e trasmisi il mio dolore a tutti gli esseri umani. Nei loro cervelli si riversò all’improvviso un diluvio dirompente di disperazione e sofferenza. Non ressero il colpo: molti neuroni si bruciarono, il loro sistema nervoso subì danni irreparabili. In pochi secondi, l’umanità intera impazzì. Ormai folli, i Terrestri divennero violenti, si accanirono l’un contro l’altro, arrivarono quasi a sbranarsi con le loro mani. Poi armi terribili vennero usate. Guerre e devastazioni sconvolsero il pianeta. E io assistetti impotente a questa apocalisse. Non ero più in grado di controllare le menti danneggiate degli uomini. Contattai il mio popolo, ma rimasero talmente shockati dalla notizia (mai nella nostra storia si era verificato qualcosa di simile) che non riuscirono ad aiutarmi. Così gli esseri umani si massacrarono davanti ai miei occhi, fino alla loro totale estinzione. Anche la Terra cadde in rovina, la vita sul pianeta fu quasi del tutto cancellata. Tornai sul mio mondo, sconvolto, incredulo di ciò che avevo causato. La mia gente era scossa, il mio caso richiedeva un provvedimento eccezionale. Fui arrestato e incarcerato nell’asteroide dove mi avete trovato, capitano. Là era stabilito rimanessi in stasi per sempre».
«Che significa in stasi?», lo interruppi.
«Vede, capitano, la durata della nostra vita è pari a circa un milione dei vostri anni. In più, la mia specie è in grado di assumere uno stato particolare, detto appunto stasi, nel quale ogni attività biologica del nostro corpo è ridotta quasi a zero. In questo modo possiamo sopravvivere pressoché in eterno. Purtroppo, però, la nostra mente rimane sveglia e cosciente, come è la sua in questo momento. Così, per un tempo infinito, ho continuato a ricordare quello che avevo fatto, tormentato dal rimorso, dal senso di colpa, dal dolore, dalla solitudine. Questa è la condanna che mi è stata inflitta: non la prigionia nell’asteroide, ma un’angoscia senza fine. Ma lei adesso può interrompere il mio tormento. Mi uccida, capitano, la prego».
Cercai di cambiare argomento. Mi venne in mente una cosa.
«Mi scusi Ronax, ma la vita su Zhacg, sulla Terra voglio dire, non si era completamente estinta. Altrimenti, noi Szhig da dove veniamo?».
«La sua curiosità sulle origini del suo popolo è comprensibile, capitano. Ho un’ipotesi a riguardo che forse può soddisfarla. Vede, sulla Terra c’era un animale, chiamato polpo, al quale voi assomigliate molto. Certo, siete più grandi, più robusti, e infinitamente più intelligenti di quanto lo fosse quel piccolo animaletto, ma secondo me è da lui che voi discendete. Probabilmente i polpi sopravvissero in qualche modo all’apocalisse, e si dimostrarono i più adattabili al nuovo ecosistema terrestre. Poi, nel corso di milioni e milioni di anni, si evolvettero, diventando Szhig, il suo popolo, capitano».
Per molti minuti rimasi in silenzio. Scoprire l’origine della propria specie è qualcosa che lascia attoniti. Poi un pensiero mi balenò nella mente.
«Noi siamo il suo riscatto, Ronax», dissi eccitato. «Ci pensi. È vero che lei ha causato l’estinzione degli umani, ma con le sue azioni ha provocato anche la nascita di una nuova specie. Se la Terra fosse rimasta quella che era, forse quei… quei polpi non si sarebbero mai evoluti, e noi Szhig non saremmo mai esistiti. In un certo senso, lei è il nostro creatore. Questo la riscatta. Noi siamo la sua redenzione, Ronax».
«Non c’è redenzione per me, capitano!», urlò l’alieno. «Io ho annientato miliardi di vite, cancellato i progetti, le speranze, i sogni, di miliari di esseri viventi. Non può esserci redenzione per me!».
Sentii l’impulso di provare a convincerlo, ma subito ci ripensai. Provai ad immaginare quel che doveva aver passato rinchiuso per centinaia di milioni di anni, torturato dal ricordo del dolore che aveva causato. Era stato inviato a salvare un popolo, e invece lo aveva distrutto. Un peso enorme, opprimente, insopportabile. Forse non era strano che non volesse più vivere… no, non potevo ucciderlo, non potevo. Cercai ancora una volta di cambiare discorso.
«Ronax, saprebbe indicarmi il suo pianeta?», chiesi attivando l’olomappa. L’alieno la osservò per qualche secondo, poi indicò un puntino biancastro in una zona periferica. Toccai qualche pulsante e subito comparvero alcune informazioni.
«Mmm, noi chiamiamo quel pianeta Tag-zi. Però, stando ai nostri dati, è completamente ricoperto da ghiacciai ed è privo di qualsiasi forma di vita. È sicuro che sia proprio il suo pianeta?». Ronax annuì distrattamente. «E allora la sua gente dove è finita? Forse si è trasferita su un altro mondo, oppure… si è estinta. Ronax, lei potrebbe essere l’ultimo del suo popolo! Non le interessa indagare, scoprire qual è stato il destino dei suoi simili? Questo potrebbe ridare un senso alla sua vita».
«Da molto tempo la mia vita non ha più senso, capitano», ribatté l’alieno, con voce stanca. «La mia esistenza ha cessato d’avere significato il giorno in cui il mio amore è morto. In quel momento, qualcosa dentro di me è morto insieme a lei. Adesso, capitano, mi aiuti a far morire anche il mio corpo».
Ero indeciso, confuso, turbato. Comprendevo la disperazione di Ronax, ma come potevo uccidere un essere vivente, per giunta inerme e pacifico. Poi mi ricordai che di lì a poco avrei dovuto consegnarlo alla Trig. Mi resi conto che il mio ospite alieno sarebbe stato interrogato dal Comando Centrale, avrebbe dovuto raccontare centinaia di volte la sua storia fin nei minimi dettagli. Sarebbe stato costretto a rivivere il suo dolore, a riaprire le sue ferite, davanti a persone prive di ogni pietà, di ogni comprensione. Trasferendolo sulla Trig, l’avrei condannato ad una tortura peggiore della prigionia sull’asteroide. All’improvviso soddisfare il suo desiderio, ucciderlo, non mi parve più un assassinio, ma un gesto di compassione. Forse ero impazzito, forse Ronax aveva manipolato la mia mente, ma estrassi la pistola dalla fondina.
«Prima di sparare, ho un’ultima richiesta da farle», dissi. «Vorrei vedere come erano fatti gli esseri umani».
Il corpo di Ronax sussultò, si gonfiò e si restrinse. In pochi secondi, un altro essere stava davanti a me. Un bipede, con due arti nella parte superiore del tronco, liscio, quasi privo di peli, tranne sulla sommità della testa. Niente di speciale, mi sembrò, avevo incontrato alieni dalle sembianze simili a quelle.
«In un certo senso, sono nato con questa forma», sospirò Ronax. «È giusto che muoia con questo aspetto». C’era una nota di quieta letizia nella sua voce.
Premetti il grilletto. Un raggio luminoso investì Ronax, e in pochi millesimi di secondi lo disintegrò. Avevo ucciso il padre del mio popolo, l’essere più antico dell’universo. E non ne ero dispiaciuto. Era pace quella che sentivo. Non ero un assassino, avevo solo aiutato un amico a placare finalmente il suo dolore.