Quella mattina Paolo Marra si svegliò più rimbambito del solito. Un lancinante mal di gola gli rivelò subito perché. Influenza. Il muco, che cominciò a colargli copioso dal naso, confermò la diagnosi. Allungò la mano verso il cassetto del comodino, tirò fuori il termometro, e in stato semi comatoso attese i canonici cinque minuti. Niente, trentasei e mezzo. Il suo cervello era ancora spento, quindi Paolo non provò né delusione né sollievo. Agì in automatico seguendo una regola ormai impressa nella sua mente dai tempi dell’infanzia: «Se non si ha la febbre, si va a scuola». Tradotto per gli adulti: «Se non si ha la febbre, si va a lavorare». Si alzò dal letto, e un po’ barcollando si diresse in cucina. Per sua fortuna, il corpo seguiva la programmazione standard di ogni mattina: aprire il frigo, prendere il latte, versarlo in un pentolino, accendere il fornello, accendere la macchina del caffè, e così via. In pochi minuti il suo consueto caffellatte mattutino fumava davanti a lui. Paolo lo bevve a piccoli sorsi. Man mano che il liquido caldo scendeva nel suo stomaco, un po’ di energia saliva al cervello. Piano piano la sua mente si attivò, abbastanza da permettergli di prestare una minima attenzione alle incombenze quotidiane. Prese in mano l’agenda che la sera prima aveva lasciato sul tavolo della cucina, ed iniziò a sfogliare le pagine avanti e indietro. Dopo qualche secondo si bloccò: «Ma che giorno è oggi?». Il suo cervello era ancora troppo poco sveglio per fornirgli quel dato. «Ecco, vedi, se ti prendessi un palmare come me non avresti questi stupidi problemi!», lo rimproverò nella sua testa la voce di Francesco Tempestini, amico, collega, e socio fondatore insieme a lui, della Supreme Technosoft, specializzata in assistenza hardware e software di ogni tipo. Francesco e Paolo erano stati compagni di classe e avevano messo su quell’attività subito dopo il diploma di ragioniere programmatore. L’iniziativa era stata di Francesco, che aveva sempre avuto una spiccata mentalità imprenditoriale. Paolo si era lasciato trascinare dentro perché in fondo qualcosa bisogna fare nella vita, e quella gli sembrava la cosa meno faticosa e meno sgradevole da fare. E poi tutto ciò che aveva a che fare coi computer lo interessava, fin da ragazzino ci aveva smanettato parecchio ed era diventato piuttosto esperto. Francesco, invece, aveva una mania morbosa per la tecnologia, si gettava ad acquistare l’ultima novità elettronica come un drogato che deve assolutamente procurarsi la dose. Lo faceva per tenersi sempre aggiornato, sosteneva lui, era importante visto il lavoro che faceva. Paolo non aveva alcun desiderio di emularlo. E per un motivo ben preciso. «Non diventare mai schiavo del tuo lavoro, Paolino!», ripeteva sempre la buonanima di suo padre, operaio metalmeccanico in catena per trentacinque anni. «Ricordati», aggiungeva, «si lavora per vivere, non si vive per lavorare!». E secondo Paolo per un tecnico informatico dotarsi sempre dell’ultimo ritrovato tecnologico significava essere diventato schiavo del proprio lavoro. Per questo rimaneva fedele alla vecchia carta e penna. Era una questione di principio.
Già, ma che giorno era? La tv, accesa senza neanche pensarci mentre aspettava che il latte scaldasse, gli venne in aiuto: «Previsioni meteo di oggi, quattro febbraio». «Grazie», disse Paolo al maggiore dell’aeronautica sullo schermo. Aprì l’agenda al quattro febbraio e lesse: «Dio… – ore11 – pc non si accende». Sotto queste poche parole stava un arabesco di trattini e linee, uno di quegli scarabocchi che si tracciano sul foglio per passare il tempo. A Paolo capitava spesso di farlo, si annoiava mortalmente mentre al telefono il cliente tentava di spiegargli il guaio occorso al proprio computer. «Chi sarebbe questo tizio, Dio-puntini-puntini?». Probabilmente non aveva capito il nome del cliente e aveva scritto solo quelle lettere che aveva afferrato. Gli succedeva spesso. «Diamo un’occhiata alla rubrica, magari lo trovo lì». Nella rubrica della sua agenda c’erano solo due numeri: il cellulare di suo cugino Giacomo, col quale giocava a tennis ogni tanto, e il telefono della pizzeria che faceva consegne a domicilio. Si grattò la testa. «Mi tocca chiamare in ditta», sospirò.
«Paolo, che è successo?», gli rispose Raffaella Tempestini, segretaria tutto fare della Supreme Technosoft. Super Robogirl, così la chiamava Paolo. Raffaella era la persona più attiva e organizzata del mondo, in grado di fare dieci cose contemporaneamente e tutte alla perfezione.
«Ehm, Raffaella» balbettò Paolo col tono colpevole dell’alunno che non ha fatto i compiti e tenta di giustificarsi con la maestra, «ho segnato un appuntamento per oggi sull’agenda, ma…», tentò di prendere un respiro profondo, ma il naso intasato di muco glielo impedì, causandogli un colpo di tosse. «Ecco… non ho scritto bene il nome del cliente e non ho segnato l’indirizzo. Non è che a te lì nell’archivio clienti risulta un certo Dio-qualcosa? Magari gli abbiamo già fatto un intervento…». Attese. «Ho un Dionisi, due Diotallevi, un Diorio, e un Diopani». «Ora quale sarà?», si lasciò sfuggire Paolo. «Ma perché non la butti via quell’agenda inutile!», si scatenò il rimprovero di Raffaella che Paolo temeva. «Prenditi un palmare come Francesco! È il modo più efficiente di lavorare». Poiché i clienti che avevano bisogno di assistenza potevano prendere un appuntamento chiamando direttamente il cellulare dei due tecnici oppure l’ufficio, Francesco aveva fatto in modo che, appena entrato nei locali della Supreme Technosoft, il proprio palmare si collegasse alla wlan aziendale e sincronizzasse automaticamente la propria agenda con quella del pc di Raffaella. Un avviso sonoro indicava immediatamente se c’erano sovrapposizioni o incongruenze. «Efficiente!», aveva commentato la segretaria, con gli occhi che le brillavano. Raffaella aveva un culto per l’efficienza. Paolo era convinto che Super Robogirl, al culmine dell’amplesso sessuale, gridasse al proprio fidanzato: «Efficiente! Sei il massimo dell’efficienza!».
«Non capisco proprio perché ti ostini ad usare quell’agendaccia», proseguì la segretaria. Paolo fissò esasperato la pagina dell’agenda aperta davanti a sé. E sobbalzò. Lo scarabocchio non era affatto uno scacciapensieri, ma una cartina. Prima, con la vista offuscata dal sonno e dall’influenza, non l’aveva riconosciuta. «Va bene, Raffaella, grazie», chiuse sbrigativamente la telefonata, e si mise a studiare con attenzione il disegno. Era uno schizzo buttato giù in fretta, ma molto preciso. Paolo riconobbe i nomi delle vie e le varie indicazioni che aveva segnato per raggiungere l’abitazione del cliente. Ottimo: adesso aveva ora dell’appuntamento e destinazione; il nome del cliente era diventato superfluo. Sarebbe stato quasi felice, se una tempesta di starnuti non l’avesse fatto pentire d’essersi alzato quella mattina. Ma doveva andare a lavorare. Gli tornò in mente quello che diceva la buonanima di suo padre, quando crollava sulla poltrona dopo un turno massacrante in fabbrica: «Col cazzo che siamo fatti ad immagine e somiglianza di Dio! Dio in vita sua ha lavorato solo per una settimana. Anzi, solo per sei giorni. A noi invece ci tocca lavorare tutta la vita!».
Stancamente Paolo finì di prepararsi e uscì di casa. Per prima cosa passò subito dal supermercato a comprare cinque confezioni di pacchetti di fazzoletti di carta, poi fece tappa in ditta per prendere il furgoncino aziendale e finalmente si diresse verso l’abitazione del cliente Dio-puntini-puntini. Fu un viaggio infernale. Il posto era molto fuori città, sperduto tra campagne e colline. Anche seguendo attentamente le indicazioni annotate sull’agenda, sbagliò strada una decina di volte, e un paio pensò di essersi completamente perso. In più il raffreddore non gli dava tregua, e lo costringeva a soffiarsi il naso ogni due minuti. Una volta un potente starnuto lo colse nel bel mezzo di un pericolosissimo tornante, e poco mancò che non uscisse di strada e precipitasse giù per una ripida scarpata. Paolo era comprensibilmente piuttosto arrabbiato: «Ma perché cazzo mi sono alzato stamattina!? Per venire qui a perdermi in culo al mondo!? A letto dovevo rimanere, cretino che non sono altro». Dopo più di due ore di stradine attorcigliate su se stesse, e un numero incalcolabile di imprecazioni, giunse finalmente a destinazione: una villetta bianca, candida ed immacolata, semplice nell’aspetto, sul bordo di un boschetto, circondata da un muro piuttosto alto con un cancello di ferro giallo. Parcheggiò il furgone, scese e suonò il campanello. Il cancello si aprì dopo pochi secondi senza nessuna risposta al citofono. Paolo si avviò verso l’abitazione, e appena fu arrivato davanti alla porta d’ingresso, questa si aprì e comparve una vecchietta. «Mi scusi, signora», disse il tecnico, «è qui che abita un certo signor Dio-qualcosa?». «Giovanotto», ribatté risentita la vecchietta, «nella mia lunga vita mi sono stati attribuiti gli appellativi più vari, ma finora mai nessuno mi aveva chiamata “Signor Dio-qualcosa”». Sorpreso da quella risposta, Paolo rimase a bocca aperta, un’espressione ebete sul volto. «Suppongo lei sia la persona venuta ad aggiustare il computer, giusto?», disse la vecchietta. «S-sì», balbettò il tecnico. «Bene, entri», disse brusca la vecchietta, col tono di chi sta impartendo un ordine. Paolo la seguì fino ad un salottino, piccolo ma elegantemente arredato. In un angolo vide il pc. «Mi può ripetere qual è il problema, signora?». «Semplice, non si accende». Paolo verificò che premendo l’apposito pulsante il computer effettivamente non si avviava. «Ha smesso di funzionare all’improvviso, oppure…». «La sera l’ho spento come ho sempre fatto, e la mattina non si accendeva più». «Capisco». «Si sarà bruciato l’alimentatore», pensò tra sé Paolo. Verificò la potenza di quello montato sul computer, andò a prenderne uno nuovo nel furgone, aprì il case e si mise a sostituirlo. Il lavoro sarebbe stato abbastanza semplice, se non fosse stato per il raffreddore. Ogni minuto doveva fermarsi per asciugarsi il naso, e spesso un colpo di tosse o uno starnuto improvviso gli facevano scappare il cacciavite dall’incavo delle viti. Era molto irritante. In più la vecchia stava lì immobile a guardarlo, come un falco che osserva fisso la preda pronto a coglierne ogni minimo passo falso per scattare e ghermirla. «Si sarà mica offesa per prima?», si chiese Paolo. «Mi scusi se sono stato maleducato prima, signora, ma non avevo scritto bene il suo nome sull’agenda. Mi capita spesso. Sa, sono un po’ distratto. Se potesse ripetermi il suo nome, lo annoto per bene». «Dio, senza “qualcosa”. Solo Dio», disse asciutta l’anziana donna. Paolo la guardò perplesso. «Ma… quel “Dio”?», gli uscì di bocca. «E quale altro sennò? Non glielo hanno insegnato che di Dio ne esiste solo uno?». «La vecchia non ci sta più con la testa», pensò Paolo. «Magari avrà pure l’Alzheimer. Quanto sono fortunato. Ma perché non sono rimasto a letto stamattina?».
Finalmente riuscì a cambiare l’alimentatore. Spinse di nuovo il pulsante di accensione. Niente. Il pc non dava ancora segni di vita. Paolo sbuffò: «Si sarà mica fusa la scheda madre?». Ne aveva una compatibile nel furgone, ma l’idea di doverla sostituire lo gettava nella più profonda disperazione. Eppure andava fatto. Si mise all’opera. Se cambiare l’alimentatore era stato difficoltoso, il lavoro sulla scheda madre fu un’odissea. Il raffreddore era diventato ancora più forte, Paolo poteva lavorare con una mano sola, l’altra era impegnata senza sosta ad asciugare il naso che non smetteva mai di colare. Il mal di testa aveva cominciato ad opprimergli il cervello, rendendo difficile concentrarsi. E la vecchia che stava sempre lì a fissarlo lo irritava sempre di più. «Ora mi diverto un po’», sogghignò tra sé. Chissà perché quando stava male ed era di pessimo umore, diventava sempre piuttosto sadico. «Mi scusi, signora, ma se è davvero quel Dio, perché non usa i suoi poteri per aggiustarselo da sola, il pc?». «Giovanotto», ribatté seria l’anziana donna, «io impiego già tutte le mie risorse per mandare avanti infiniti mondi in infiniti universi, non ho mica tempo per star dietro a queste inezie. Ho creato voi apposta perché vi occupaste dei dettagli». La vecchietta sembrava veramente convinta di quello che diceva. Paolo invece era sempre più sicuro che fosse completamente pazza. «Sbrighiamoci a sistemare questo maledetto aggeggio», pensò tra sé, «voglio tornare a casa il prima possibile». Con grande fatica, imprecando e starnutendo in abbondanza, riuscì infine a sostituire la scheda madre e a rimontare i vari componenti. Provò ad accendere il computer. Niente. Avrebbe tanto voluto prenderlo a cazzotti. Non sapeva se era più arrabbiato o disperato. L’idea di dover rimanere ancora lì, in quelle condizioni di salute, gli faceva venir voglia di suicidarsi. Aveva anche quasi finito i fazzoletti. E la vecchia continuava a fissarlo, implacabile. «Senta, se non può aggiustare il pc, potrebbe almeno farmi passare il raffreddore? Può fare un miracolo per me?», la pregò Paolo, rendendosi conto con sorpresa di aver fatto quella richiesta più seriamente di quanto volesse. Forse la malattia (oppure la disperazione) cominciava ad obnubilare il suo raziocinio: che stesse cominciando a credere che la vecchia fosse davvero Dio? «Giovanotto», rispose aspra l’anziana, «alla sua età non è ancora capace di andarsene da solo in una farmacia a comprarsi un’aspirina? Devo pensare anche a questo io?». Paolo avrebbe voluto tanto strangolarla. E poi al suo cadavere avrebbe urlato: «Maledetta vecchiaccia! Ora vediamo se sei davvero Dio! Risorgi, se ci riesci! Fammi un po’ vedere!». Quell’immagine gli diede un po’ di sollievo. Ma non durò. Non sapeva più che pesci prendere con quel computer, non aveva veramente idea del perché non funzionasse. A questo punto avrebbe dovuto portarlo nel loro laboratorio alla Supreme Technosoftware per fare controlli più approfonditi. Ciò significava dover tornare dalla vecchia a riportarle la macchina riparata. Non voleva farlo. Non voleva assolutamente rimettere piede in quel posto. Indietreggiò barcollando e si appoggiò al muro. Si sentiva svenire. Il suo sguardo vagò afflitto per la stanza. E notò qualcosa. La spina del cavo di alimentazione del pc giaceva sul pavimento dietro una poltrona. Naturalmente Paolo, prima di aprire il case, aveva scollegato il cavo dal computer, ma non aveva controllato l’altra estremità. «No, non è possibile!». Si lanciò dietro la poltrona, afferrò la spina e la infilò nella presa a muro. Poi si catapultò verso il computer, premette il pulsante… e il pc si accese tranquillamente. Guardò sconvolto la vecchia davanti a lui. «Ah, finalmente lo ha riparato», disse quella calma. «Ma signora! Non si era accorta che c’era la spina staccata!». «Si sarà staccata ieri sera quando ho spostato la poltrona». «E non poteva controllare! Cazzo, mi ha fatto dannare una mattinata intera per una sciocchezza!». «Giovanotto, io devo mandare avanti infiniti mondi in infiniti universi, non ho mica tempo da perdere per star dietro a spine, cavi, e aggeggi del genere. Occuparsi di questi dettagli è il suo lavoro». «Basta!», urlò Paolo nella sua testa. «Devo andarmene di qui! Ora! Subito! All’istante!».
Raccolse i suoi attrezzi, si fece pagare e quasi di corsa si avviò verso la porta. Sulla soglia si fermò, si voltò verso la vecchia e le domandò: «Senta, mi tolga una curiosità: ma che se ne fa Dio di un computer?». «Videogiochi», replicò l’anziana come se la risposta fosse ovvia. «Videogiochi?», fece Paolo stupito. «Usa il computer per i videogiocare?». «Giovanotto», ribatté stizzita la vecchia, «io mando avanti infiniti mondi in infiniti universi da un’infinità di tempo. Un po’ di svago ogni tanto me lo meriterò pure, no?». Paolo restò senza parole. Si voltò, uscì, salì sul furgone, mise in moto e partì. Si sentiva oppresso, un po’ per il raffreddore che ancora lo tormentava, un po’ perché il suo cervello annaspava alla ricerca di un senso per quella giornata. Era davvero successo? Era davvero stato in quella casa con quella vecchia tutta matta che credeva di essere Dio? «Basta, non ci pensare», si disse. «Non pensare a niente. Concentrati solo sul fatto che tra poco sarai a casa e potrai andartene a letto». Il viaggio di ritorno fu un po’ meno complicato di quello di andata. Sbagliò strada solo un paio di volte. Tornato alla Supreme Technosoftware, lasciò il furgone, prese la sua auto e guidò verso casa. Ogni cellula del suo corpo gridava “Letto! Letto!”. Si sentiva stanco morto, la testa pesante come un macigno, sicuramente aveva la febbre. In pochi minuti arrivò al condominio dove abitava, salì le scale, entrò nel suo appartamento, e si trascinò fino in camera. Stava per gettarsi finalmente tra le coperte morbide e calde, quando gli squillò il cellulare. Francesco. «Senti, Paolo, l’hai finito quell’applicativo per la…», disse il nome di qualche ditta che Paolo non capì. «Quale applicativo? Per chi?». «Quello che dobbiamo consegnare al cliente domani». Marcò particolarmente l’ultima parola. «Domani?», disse Paolo. Tra le nebbie che ormai cingevano la sua mente, emerse un vago ricordo di quell’impegno. «Sì, domani. È pronto?». «Beh, quasi, mancano gli ultimi ritocchi… gli ultimi controlli…», disse vago. «Per domattina deve essere apposto», replicò perentorio Francesco. «Ma io sono malato, non ce la faccio…», provò a protestare. «Per domattina deve essere pronto», ripeté inflessibile Francesco. «Niente scuse, hai avuto due mesi per metterlo a punto». E riagganciò. Paolo mandò al diavolo lui, il cliente, l’applicativo, la Supreme Technosoftware, e tutto il mondo. Guardò afflitto il suo letto, e si diresse verso lo studio.
Passò ore di puro delirio. I suoi neuroni si rifiutavano ostinatamente di concentrarsi sul codice del programma. Il naso produceva muco a cascata. Una montagna di fazzoletti usati alta quasi un metro gli faceva ormai compagnia accanto alla scrivania. Brividi gelidi gli correvano per tutta la schiena. Si mise due coperte addosso. Era furibondo. Scagliava vaffanculo contro tutto e tutti. Più volte prese a pugni la tastiera, facendo saltare qualche tasto. Gli tornò in mente la vecchia. «Povera pazza! Tutto quel blaterare: “Io mica posso perdere tempo con le sciocchezze… ho da fare cose tanto importanti… occuparmi di mondi infiniti in infiniti universi…” e poi invece? Di sicuro starà tutto il giorno a spassarsela coi videogiochi! Eccolo lì tutto il suo gran daffare! Aveva proprio ragione il mio povero babbo! A noi ci tocca sgobbare per tutta la vita fino allo sfinimento, Dio invece ha lavorato solo sei giorni, e poi è stato lì a divertirsi per un’eternità intera! Magari fossimo fatti davvero a Sua immagine e somiglianza!».
Dopo un tempo incalcolabile trascorso tra istruzioni che sul monitor si mescolavano tra loro come le pennellate di un quadro astratto, gli squillò il cellulare. L’ufficio. «Pronto, Raffaella, che c’è?», disse con una voce che sembrava provenire dall’oltretomba. «Paolo, non hai compilato la scheda della trasferta». «Come?». «Sì, non mi hai scritto i dati del cliente, l’indirizzo, quanto tempo ha preso la riparazione, quanti chilometri hai fatto col furgone della ditta. A me servono questi dati», lo rimproverò Raffaella. E Paolo esplose: «Raffaella, vaffanculo! Chi cazzo se ne frega di quanti chilometri ho fatto! Io sono qui a spaccarmi la testa e te vieni a rompermi i coglioni con questi dettagli del cazzo! Ho cose più importanti da fare ora, non ho tempo per stare dietro alle tue paranoie, lo capisci o no?!». Scaraventò il telefonino contro la parete. «Basta, vado a letto! Non me ne frega più niente di niente!». Si diresse verso camera sua, ma ad un passo dal letto si bloccò. Un sorrisetto gli increspò un angolo della bocca. Alzò la testa e rivolto al cielo disse: «Eh no, caro babbo, ti sbagliavi. Siamo fatti davvero ad immagine e somiglianza di Dio». Si buttò sul letto e si addormentò profondamente.